Gandhi di Romain Rolland, 1924

Secondo il poeta Tagore, Gandhi ha dato l’occasione all’India di provare che è ancora viva in lei la fede nello spirito divino dell’uomo.

Due occhi oscuri, tranquilli. Un ometto smilzo, dalla faccia ossuta, dalle orecchie sporgenti. In capo ha un berretto bianco, bianco e rozzo il suo abito, i piedi nudi. Si nutre solo di riso e di frutta, non beve che acqua; il suo letto è il pavimento, dorme poco e lavora senza tregua. Sembra che il suo corpo non conti. A prima vista nulla colpisce di lui fuorché un’espressione d’infinita pazienza e di infinito amore. A Pearson, che lo vide nel 1913 in Sudafrica, ricordò l’immagine di San Francesco d’Assisi. E’ semplice come un bambino, dolce e garbato persino con gli avversari, di una sincerità immacolata. Giudica se stesso con rara modestia, scrupoloso al punto da sembrare sempre che esiti e dica: Ho sbagliato. Non cela mai i suoi errori, rifugge dai mezzi termini, non conosce diplomazia, evita l’effetto oratorio o meglio, non vi pensa. Prova avversione per le manifestazioni popolari che si sollevano intorno alla sua persona e dalle quali l’esile statura rischierebbe, un giorno o l’altro, di essere schiacciata se non ci fosse l’amico Maulana Shaukat Ali, che gli fa da baluardo col suo corpo da atleta. E’ letteralmente “ammalato della moltitudine che lo adora”, perché non ha fiducia nella folla e odia la Mobocracy (dominio della folla), la plebe sfrenata; perciò respira a suo agio solo fra la minoranza, non è felice che in solitudine, dove ascolta la “still small voice” (la piccola voce silenziosa) che comanda.

Eccolo, colui che ha sollevato trecento milioni di uomini, che ha scosso l’impero britannico, che ha inaugurato nella politica dell’umanità il movimento più formidabile. 

Leggere una biografia parziale di Gandhi, che si interrompe nel 1924, è volutamente un omaggio a uno scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1915, pacifista in tempi in cui il pacifismo era una voce fuori della mischia, e autore di note biografie di personaggi famosi come Beethoven e Tolstoj.

Non so quanto Rolland sia famoso oggi in Francia. In Italia il suo romanzo in dieci volumi, Jean Christophe, è stato pubblicato dalla casa editrice Sonzogno dal 1920 al 1925, ma recentemente, nel 2016, sono usciti per la casa editrice Book Time tre suoi racconti con il titolo I lampi. Molto belli.

Rolland è uno dei pochi intellettuali che si sono schierati contro la Grande guerra e che, proprio perché ne ha vista un’altra (lui è morto nel 1944, abbastanza per assistere ad altri disastri!) ha scritto parole fuori del coro come: l’umanità è una sinfonia di grandi anime collettive, chi non dimostra di comprenderla e di amarla se non distruggendo una parte dei suoi elementi, dimostra di essere un barbaro.

Rolland è scrittore e drammaturgo, musicologo e orientalista per vocazione: oltre alla biografia di Gandhi ha scritto, successivamente, anche le biografie di Ramakrishna e Vivekananda, due mistici induisti del XIX secolo.

Nella cultura orientale Rolland trova un ponte con il senso religioso che ha ereditato dalla sua educazione cattolica. Una forte religiosità ecumenica e tollerante è alla base del suo pensiero.

A questo punto è interessante riflettere sull’etimologia della parola religione: essa deriva dal lat. religio,  affine a religare ovvero a legare, con riferimento al valore vincolante del legame con il Sacro: essere religiosi significa, dunque, riconoscere nella quotidianità la presenza del Sacro e del Divino.

Questo è il senso che sia Rolland che Gandhi danno al loro essere religiosi, essere cioè legati al Divino e all’Impermanente, al misterioso fluire della vita che trova la sua compiutezza nella dissolvenza dentro l’Eternità.

Ci rendiamo subito conto che immediato tutto questo non è. Ma quello che tutti posso verificare è l’azione di Gandhi, un rivoluzionario nuovo, il quale ha portato l’India all’indipendenza dagli Inglesi applicando i suoi principi religiosi alla politica: per me il potere politico non è un fine ma uno dei mezzi che consentono al popolo di migliorare la propria condizione in ogni ambito della vita.

Negli anni ’20 Gandhi era già famoso in Europa tanto che il celebre drammaturgo francese scrive la prima biografia al mondo a lui dedicata.

Nel 1931 Gandhi si reca da Romain Rolland, in Svizzera, dopo essere stato a Londra per partecipare alla tavola rotonda sul futuro dell’India coloniale (e poi, prima di lasciare l’Europa, scenderà in Italia per incontrare il Duce, ma questa è un’altra storia).

Il viaggio in Svizzera era stato organizzato dalla discepola inglese di Gandhi, Madeleine Slade, che aveva adottato il nome indiano Mirabehno o sorella Mira.

Era una grande ammiratrice di Romain Rolland, che aveva visitato prima di partire per l’India per incontrare Gandhi, il quale l’ha poi accolta nel suo ashram (luogo dove si vive in comunità praticando una vita ascetica, fatta di preghiere e di meditazione) con grande rispetto e benevolenza (questo per smentire una delle accuse rivolte a Gandhi di essere misogino e maschilista!)

Nel suo diario Rolland annota, oltre alle moderate abitudini alimentari di Gandhi, che il suo ospite ogni giorno fila cotone con il suo arcolaio, cosa che ha imparato a fare dal suo ritorno definitivo in India, nel 1914, per invitare tutti gli Indiani a farsi i vestiti da soli con il prezioso tessuto kadhi, senza acquistare i prodotti inglesi.

Ci premeva raccontare subito che le due anime si erano alla fine incontrate anche fisicamente, tuttavia siamo già arrivati al 1931, quando Gandhi trascorre cinque giorni della sua vita in Svizzera, soggiornando a casa dell’amico Romain Rolland, scrittore francese, premio Nobel per la Letteratura nel 1915.

Ma tornando da dove siamo partiti, dalla biografia di Rolland, che si ferma nel 1924, essa si dispiega attraverso le seguenti fasi:

1. La formazione intellettuale e religiosa tra l’India e l’Inghilterra

2. L’epopea sudafricana dal 1893 al 1914

3. L’iniziale lealismo all’impero britannico, di cui Gandhi era suddito

4. Il ritorno in India con il prestigio di un capo

5. ll massacro di Amritsar nel 1919

6. Tilak e Gandhi

7. Il pensiero di Gandhi

8. Dalla non cooperazione alla disobbedienza civile

9. Il dissenso con Tagore

10. L’arresto nel 1922

1. La formazione intellettuale e religiosa tra l’India e l’Inghilterra

Gandhi è nato a Porbandar, la  città bianca sul golfo di Oman, il 2 ottobre, oggi festa nazionale in India, nel 1869.

Essendo l’India induista divisa in caste, lui apparteneva alla terza, quella dei commercianti.

Godendo di una discreta agiatezza, può completare la sua educazione a Londra, dove diventa avvocato.

Durante il soggiorno inglese riscopre le sue origini religiose, rileggendo la Baghavad Gita, uno dei testi sacri dell’induismo, ma legge anche dei testi della cultura occidentale che gli permettono di formulare meglio quello che sarà il suo futuro pensiero: un originale sincretismo tra le idee dell’Occidente e quelle dell’Oriente. Si accorge, infatti, che il pensiero di Tolstoj e quello di Thoreau possono combaciare con il principio cardine della sua religione: l’ahimsa ovvero non fare male ad alcun essere vivente. Gandhi completa il precetto di Gesù Ama il prossimo tuo come te stesso con questa glossa: tutto ciò che vive è un tuo prossimo.

Del grande scrittore russo Gandhi scrive: il libro di Tolstoj Il Regno di Dio è dentro di voi, letto in una traduzione in inglese nel 1894, mi colpì profondamente. A quel tempo credevo nella violenza. La lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell’ahimsa.

Con il saggio La disobbedienza civile, scritto nel 1849, Thoreau condanna apertamente le scelte del governo statunitense, in particolare la schiavitù e la guerra espansionistica contro il Messico; per questi motivi lo scrittore si rifiuta di pagare le tasse, tentando di boicottare la politica del governo e di non contribuire al rafforzamento dello schiavismo nel Sud, ma presto viene incarcerato (e poi liberato).

Thoreau fonda così i primi movimenti di protesta e resistenza nonviolenta, che verranno successivamente rappresentati, oltre che da Gandhi, anche da Martin Luther King e da Nelson Mandela.

2. L’epopea sudafricana dal 1893 al 1914

Andato a lavorare come avvocato in Sudafrica, allora colonia britannica, come del resto anche l’India, si accorge della discriminazione cui è sottoposta la comunità degli immigrati indiani, da parte dei dominatori colonialisti.

E’ in questo ventennio che Gandhi elabora la satyagraha (da saty, verità, agraha, forza: quindi forza della verità), quella che comunemente viene detta lotta nonviolenta, affinché sia trasformata in un messaggio universale e laico.

In realtà dietro la forza della verità c’è un grande senso religioso.  Gandhi sa cos’è la verità: è Dio.

Siccome la voce di Dio prescrive l’ahimsa, ossia non fare del male a nessuno, ecco che la forza della verità diventa la forza di un Dio che vuole la verità e la giustizia ma senza usare metodi violenti.

La forza della verità non ammette l’uso della violenza contro l’avversario ma che questo deve essere distolto dall’errore con la pazienza e la comprensione. Ciò che sembra la verità a uno, può sembrare un errore a un altro. E pazienza significa disposizione a soffrire. Dunque il senso della dottrina, satyagraha, è la difesa della verità, attuata non infliggendo sofferenze all’avversario, ma e se stessi.

E’ molto più semplice imporre una propria verità distruggendo il pensiero dell’altro con l’annientamento, anche fisico; più difficile, invece, ma non impossibile, sopportare il sopportabile, come ha fatto Gandhi sia in Sudafrica che in India, per difendere la propria verità senza infliggere sofferenze all’avversario, ma semmai a se stessi.

3. L’iniziale lealismo all’impero britannico, di cui Gandhi era suddito

Nel ventennio passato a difendere con la satyagraha i diritti calpestati degli Indiani in Sudafrica, Gandhi non è mai venuto meno ai suoi obblighi nei confronti dell’impero britannico, infatti offre l’aiuto del suo popolo in due occasioni: durante la guerra anglo-boera nel 1899 (i Boeri erano coloni di origine europea stanziatisi nell’Africa meridionale nei secoli XVII e XVIII e avevano creato una lingua propria: l’afrikaans ) e durante la rivolta degli zulù (gli africani indigeni). In entrambi i casi il suo intervento si limita a costituire una Croce Rossa indù.

Ma dopo la mancata promessa dei Britannici di concedere l’indipendenza all’India in cambio della partecipazione degli Indiani alla Grande guerra, Gandhi, tornato nel 1914 in patria, non sarà più lealista nei confronti dell’impero inglese.

Molto tempo dopo (e grazie al senno di poi) Gandhi dichiarerà: il mio cuore era con gli zulù, affermando così che le crudeltà che aveva visto compiere contro di loro erano state il più grande punto di svolta della sua vita spirituale.

4. Il ritorno in India con il prestigio di un capo

Secondo Rolland, ma anche secondo altri biografi, è stato il trionfo della satyagraha in Sudafrica a trasformare Gandhi nel capo visionario diventato poi leggenda.

Nel 1914, al ritorno definitivo in India, cambia anche il suo aspetto fisico: non si vestirà più come un occidentale ma indosserà sempre il dothi, abito tradizionale dei contadini indiani, il cui cotone è tessuto da lui stesso con l’arcolaio con cui sarà alle prese, a filare, per ogni giorno della sua vita, come simbolo di protesta contro i tessuti inglesi.

Inizia un lungo viaggio in treno, dal 1916 al 1917, in terza classe, per conoscere il suo paese.

L’accoglienza della popolazione è calorosissima.

Gandhi si impegna in prima linea per lo swaraj (l’indipendenza politica) e per lo swadeshi (l’indipendenza economica), ma anche per la pace tra indiani musulmani e indiani induisti, per il sostegno a contadini ed operai sfruttati, per la guerra all’intoccabilità (la classe dei parìa).

Questo sarebbe stato il suo dharma, ovvero la sua moralità in azione.

5. Il massacro di Amritsar nel 1919

Questa strage è  la risposta degli Inglesi a un giorno di sciopero, accompagnato dal digiuno e dalla preghiera, organizzato da Gandhi a favore dell’autodeterminazione dell’India: più di cinquecento civili uccisi cui si aggiungono milleduecento feriti.

Ecco una delle pagine più drammatiche del colonialismo britannico raccontante dallo scrittore francese: La dimostrazione avvenne quasi dappertutto con la massima calma, soltanto a Delhi ci fu qualche incidente e Gandhi vi si recò per illuminare il popolo intorno ai propri doveri. Ma il governo lo fece arrestare in viaggio e ricondurre a Bombay: quando si sparse la voce dell’arresto, sommosse popolari si verificarono nel Punjab. Ad Amritsar avvennero saccheggi ed uccisioni (ma Gandhi condanna sempre gli Indiani che rispondono alla violenza con la violenza, n.d.a.). Il 13 aprile ricorreva una grande festa indù e il popolo intervenne a un’assemblea: gli animi erano tranquilli, nella folla c’erano molte donne e bambini. Il generale Dyer, la notte precedente, aveva proibito qualunque assembramento, ma ancora nessuno era al corrente del divieto. Il generale giunse con le mitragliatrici ad Amritsar e, senza far precedere alcun avviso, trenta secondi dopo l’arrivo dei soldati aprì il fuoco contro la folla inerme e sparò per dieci minuti, finché durarono le munizioni. Il luogo era circondato da mura altissime che impedivano la fuga: circa cinque o seicento indù furono uccisi, altri – in numero maggiore – feriti, ma nessuno si occupò dei morti e dei feriti. Fu proclamata la legge marziale e un regime terroristico schiacciò il Punjab: si videro aeroplani gettare bombe sulla popolazione inerme; i cittadini più onorevoli furono trascinati davanti ai tribunali militari, battuti con le verghe, costretti a strisciare per terra, condannati alle più vergognose umiliazioni. Sembrava che un turbine di follia avesse invaso i dominatori inglesi; sembrava che la legge della non violenza, proclamata dall’India, avesse avuto l’effetto di esasperare fino alla frenesia i violenti d’Europa! Gandhi non lo ignorava: egli infatti non aveva promesso al suo popolo una via agevole per giungere alla vittoria ma aveva predetto, invece, una via sanguinosa. E il giorno di Amritsar non era che il battesimo… per Gandhi: “dobbiamo prepararci ad assistere con forza d’animo non a mille assassini di uomini e donne innocenti, ma anche a parecchie migliaia prima che l’India raggiunga nel mondo quel posto che non sarà mai sorpassato da alcuno. Bisogna considerare anche le impiccagioni come fatti della vita di ogni giorno”. La censura militare riuscì a impedire per qualche mese che gli orrori del Punjab fossero noti al mondo di fuori. Ma quando qualcuno ne diffuse la voce in India, un soffio di indignazione percorse tutto il paese, provocando lo sdegno perfino in Inghilterra. Si formò una commissione di inchiesta, presieduta da Lord Hunter. Evidentemente il governo avrebbe avuto tutto l’interesse (e gli Inglesi benpensanti lo compresero bene) a infierire contro i fautori del massacro di Amritsar. Gandhi non arrivava neppure a chiedere tanto; nella sua ammirevole moderazione non invocava la punizione del generale Dyer e degli altri ufficiali colpevoli, pur condannandone gli atti; non desiderava la vendetta, non era animato da alcun rancore: “non si può sentire rancore verso un pazzo, ma bisogna sottrargli i mezzi per fare del male”. Richiedeva soltanto il richiamo di Dyer…. Ma prima della fine dell’inchiesta, il governo dell’India si affrettò a emanare una legge di indennità per la protezione dei funzionari e, conseguentemente, gli ufficiali colpevoli non solo rimasero ai loro posti, ma furono anche ricompensati.

6. Tilak e Gandhi

Lokamanya Tilak, finché ha vissuto, è stato il capo indiscusso dell’India. Scienziato e matematico, grande patriota.

Roland si chiede: che sarebbe accaduto se una morte prematura non lo avesse sottratto alla vita nel 1920? Sapendo ovviamente che il destino è andato diversamente, Roland prova a pensare allo slancio che avrebbe avuto l’India con due guide così diverse e, per molti aspetti, in disaccordo sul metodo politico.

Tilak, pur essendo un uomo integro e immacolato, pronto a scomparire dalla vita pubblica una volta raggiunto lo scopo dell’indipendenza, non esita a proclamare che tutto è lecito in politica. Se Tilak afferma che per la libertà sacrificherebbe la verità, Gandhi ribatte che lui farebbe esattamente il contrario: cioè sacrificherebbe la libertà alla verità.

Per Gandhi non c’è azione politica senza religione.

Secondo Rolland si possono facilmente intravedere possibili contatti tra la personalità di Tilak e quella dei dittatori di Mosca, mentre la mentalità di Gandhi non si può accostare in alcun modo a quella dei dittatori rossi.

7. Il pensiero di Gandhi

– Crede ai testi sacri indiani e alla reincarnazione.

Crede al vegetarianismo, alle cure naturali per ogni malattia, all’estrema austerità in ogni aspetto della vita.

– Crede alla protezione della vacca.

– Crede non solo alla libertà politica dell’India e a quella economica, ma anche a quella che riguarda lo spirito di ogni individuo ovvero la libertà sia ontologica (realizzazione di sé ma non a discapito di altri) che spirituale (controllo dei propri bisogni, desideri materiali e istinti, eliminazione del superfluo).

– Crede nella pace tra i musulmani indiani e gli induisti indiani.

– Crede nella lotta per i parìa (ovvero la casta degli intoccabili): la sofferenza verso la più vergognosa macchia dell’induismo lo porta ad affermare che sarebbe disposto a sacrificare la sua religione, se qualcuno gli proponesse che l’intoccabilità è un dogma e che questa iniquità che gli indù perpetrano nei confronti di altri loro simili li ha fatti diventare, secondo la legge del karma, parìa dell’impero britannico.

Il concetto di karma – spiegato nell’Enciclopedia Treccani – è, nella religione e filosofia indiana, il frutto delle azioni compiute da ogni vivente, che influisce sia sulla diversità della rinascita nella vita susseguente, sia sulle gioie e i dolori nel corso di essa; sinonimo quindi di destino, concepito però non come forza arcana e misteriosa, ma come complesso di situazioni che l’uomo si crea mediante il suo operato.

Gandhi dice che non desidera rinascere, come non lo desidera ogni uomo buono che ha agito secondo il suo dharma, ossia secondo i suoi doveri morali e religiosi.

Essendo la reincarnazione condizionata dal karma della vita precedente, solo annullando con le azioni buone tutto il karma negativo accumulato nelle esistenze pregresse, ci si può liberare dal ciclo della rinascita e congiungersi con Dio per l’eternità.

Ribadiamo, quindi, che nessuno vorrebbe rinascere, tuttavia Gandhi sostiene che se dovesse rinascere, vorrebbe rinascere tra gli intoccabili per condividere i loro affronti e cooperare alla loro liberazione.

– Crede alla causa delle donne indiane: ritiene che i nazionalisti indù non ne abbiamo alcuna considerazione e che la questione femminile sia una piaga dell’India, grave quanto l’intoccabilità, ma anche una ferita di cui soffre il mondo intero.  Si rivolge alle donne indiane chiedendo loro di ottenere più rispetto dall’uomo rifiutando di considerarsi oggetto dei desideri maschili e le invita, inoltre, a prendere parte coraggiosamente alla vita pubblica, assumendosene rischi e pericoli, senza tuttavia reclamare trattamenti di favore, ma che si misurino in pazienza e privazioni con gli uomini. In questo campo la donna può sempre superare l’uomo: basta avere coraggio e saper morire.

Gandhi, come prima si è accennato, ha sempre trovato fra le donne indù – a cominciare da sua moglie Kasturba – collaboratrici intelligenti e fedelissime seguaci.

– Crede nel voto di castità che ha fatto con sua moglie nel 1906 e che hanno rispettato per tutta la vita.

– Crede che lo scopo della vita non è la felicità, ma la realizzazione di Dio ed essere al servizio degli altri.

– Crede che l’unica gioia che possiamo provare nella vita è quando ci liberiamo dalle preoccupazioni della vita stessa.

8. Dalla non cooperazione alla disobbedienza civile

Dopo il massacro di Amritsar, Gandhi lancia il suo movimento di non-cooperazione, chiedendo ai giudici e agli avvocati indiani di boicottare i tribunali, agli studenti le loro scuole e ai soldati le loro unità, e a chi ha ricevuto medaglie e onorificenze di restituirle (come fa subito il poeta Tagore con il suo cavalierato). Prescrive inoltre che bisogna boicottare i tessuti esteri e ristabilire e diffondere l’insegnamento della tessitura domestica come pure gettare le basi di un’educazione autenticamente indù.

Secondo Rolland, Gandhi, a differenza dei rivoluzionari europei, fabbricatori di leggi e di decreti, è il formatore di un’umanità nuova.

Altro esempio di disobbedienza civile che non possiamo omettere, anche se è avvenuto dopo la conclusione della biografia di Rolland, è la celeberrima marcia del sale del 1930: 320 chilometri percorsi a piedi da Gandhi e da un grande seguito di seguaci per raggiungere l’oceano Indiano, eseguita per boicottare il monopolio inglese sulla produzione di un bene che doveva essere sfruttato esclusivamente dagli Indiani.

Anche lo sciopero della fame diventa l’altro simbolo distintivo della protesta di Gandhi.

9. Il dissenso con il poeta Tagore

E’ stato Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, a dare a Gandhi il titolo onorifico di Mahatma che in sanscrito – una delle lingue più antiche dell’India – significa Grande Anima. Pur riconoscendo l’uno l’ingegno dell’altro, pur riconoscendosi reciproca stima e ammirazione, erano in disaccordo.

Uno era un artista aristocratico, l’altro un asceta populista.

Sono separati come un saggio da un apostolo, un San Paolo da Platone. Da una parte il genio della fede e della verità, che vuole divenire la leva di un’umanità nuova; dall’altra, il genio dell’intelligenza libera, vasta e serena, che abbraccia l’insieme di tutte le esistenze.

Secondo Tagore, Gandhi ha dato l’occasione all’India di provare che è ancora viva in lei la fede nello spirito divino dell’uomo… Ma teme i gandhisti, le folle fanatiche guidate dal fanatismo indù che guideranno l’avvento della barbarie sullo spirito.

Gandhi si rivolge a Tagore come a una buona sentinella che mette in guardia contro l’arrivo di nemici che si chiamano bigottismo, apatia, intolleranza, ignoranza, inerzia.

Insomma, i nemici di tutte le rivoluzioni!

Rolland ipotizza solo un mezzo che possa ridurre gli Indiani all’austera disciplina del Maestro: che egli acconsenta ad essere un Avatar, cioè una delle incarnazioni di Visnù, come Rama, Krishna e Siddharta, il giovane principe destinato a diventare Buddha.

Ma Gandhi è troppo sincero e umile per accettarlo.

Non resta, allora, scrive Rolland, che ascoltare la voce isolata del più puro tra gli uomini, che si libra sopra le tempeste dell’oceano. Per quanto tempo ancora riuscirà a farsi ascoltare? Grandiosa e tragica attesa…

Fino al 30 gennaio del 1948.

Romain Rolland era già morto da quattro anni quando Godse, un estremista indù, spara a New Delhi tre colpi mortali sul Mahatma, che aveva settantanove anni.

A un anno dall’indipendenza ottenuta – 1947 – il presentimento di Tagore si è avverato: la novità di Gandhi era troppo profonda per mettere radici nel cuore di tutti gli Indiani e, come già accaduto in altri momenti della storia, sono le religioni a farsi messaggere di morte: Godse ha colpito il Mahatma come punizione per essere stato un indù non allineato e a favore di uno stato laico e tollerante nei confronti della convivenza pacifica tra Islam e Induismo.

Dopo che gli Inglesi sono partiti, la colonia si è divisa in tre stati: l’India (induista), il Pakistan e il Bangladesh (musulmani).

10. L’arresto nel 1922

Tornando all’ultimo capitolo della biografia di Rolland, Gandhi si appresta di nuovo a lanciare l’ordine della disobbedienza civile in massa (un’astensione da tutte le attività, un po’ come facevamo i plebei nell’antica Roma contro i patrizi).

Ma questa disobbedienza civile, che doveva essere improntata allo spirito della satyagraha, non resiste alle provocazioni dei dominatori inglesi e la violenza allaga i cuori dei partecipanti che si danno a saccheggi e devastazioni. Il fatto più grave si verifica a Chauri-Chaura, nel distretto di Gorakhpur. La polizia inglese, che ha attaccato la folla durante una processione, è attaccata a sua volta e si è rifugiata in un santuario. I manifestanti appiccano il fuoco e, nonostante le suppliche, gli assediati vengono uccisi dalle fiamme.

Osserva Rolland: la provocazione era partita dalla polizia, alla strage non aveva preso parte nessun discepolo di Gandhi, che aveva il pieno diritto di esimersi da ogni responsabilità, che era stata della massa non ancora domata.

Ma il Mahatma si sente la coscienza dell’India e il delitto di un solo indù lo macchia di sangue portandolo ad assumersi tutti i peccati del suo popolo. Sospende immediatamente la disobbedienza civile.

Come purificazione di sé e come dominio dello spirito sulla carne, si sottopone a un digiuno di cinque giorni.

Gandhi, in quanto accusato di aver incitato all’odio e al disprezzo contro il governo di sua Maestà, viene arrestato e condannato a due anni di reclusione (in tutta la sua vita sarà arrestato in tutto undici volte!).

Gandhi si ritiene responsabile delle violenze popolari e al processo si sottopone alla pena con toccanti parole piene di umiltà e di coraggio: la non violenza è il primo e l’ultimo articolo della mia fede, ma io dovevo scegliere: o sottomettermi a un sistema politico che considero come un male irreparabile per il mio paese o correre il rischio di vedere scatenarsi il furore insensato del mio popolo, quando i miei libri mettono in luce la verità. So bene che il mio popolo talvolta perde la testa: ne sono profondamente addolorato ed è per questo che sono qui a sottopormi non a una punizione lieve, ma alla più grave di tutte.

Nostre considerazioni sparse:

A) gli esperimenti di Gandhi con la verità

B) quello che resta del Mahatma

A)  Gli esperimenti di Gandhi con la verità

Uno dei testi utilizzati per conoscere meglio la vita del Mahatma è stata la sua stessa autobiografia, La mia vita per la libertà, che, nell’intenzione dell’autore, vuole essere più specificatamente la storia dei suoi esperimenti con la verità.

La verità risiede in ogni cuore umano,

e qui bisogna cercarla; bisogna lasciarsi guidare dalla verità quale ciascuno la vede.

Ma nessuno ha il diritto di costringere gli altri ad agire secondo la propria visione della verità.

Per Gandhi fare esperienza della verità significa mettersi in contatto con essa attraverso diverse strategie, esperimenti, interagendo. Anche la sua rivoluzione è stata satyagraha, cioè affermazione della verità.

Ma per Gandhi non c’è verità al di fuori di Dio e dell’ahimsa – non nuocere – principio che in termini cristiani si può tradurre: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Uno degli esperimenti con la verità di Gandhi che ha fatto più discutere risale a un anno prima della morte, quando il clamore dell’odio tra musulmani e indù, scatenato anche dal suo assenso a una spartizione dei territori, gli esplodeva nelle orecchie.

Ha richiesto che Manu, la figlia diciassettenne di un suo nipote, si prendesse cura delle sue necessità fisiche: controllare la sua dieta, fargli il bagno quotidiano e il massaggio con gli oli, ma anche dormire di fianco a lui sul suo letto da campo, restando il più nuda possibile, così che egli potesse mettere alla prova la propria dedizione al celibato. A quanto pare pensava che se lui fosse stato in grado di sottomettere gli impulsi animali nel suo corpo, il Paese avrebbe potuto sottomettere la sua bramosia di violenza.

Numerosi esperimenti con la verità fatti da Gandhi hanno richiesto rinunce fisiche e corporali, come se da queste lo spirito ne potesse uscire rafforzato.

Gandhi aveva sempre posto un legame fra sesso, dissipatezza e violenza, da una parte, e astinenza, digiuno e nonviolenza dall’altra, ma non tutti i suoi seguaci sono stati capaci di comprenderlo e di seguirlo.

B) Quello che resta del Mahatma

Una delle biografie più recenti di Gandhi, del 2011, è di Joseh Lelyveld, giornalista del New York Times, il cui curioso titolo è: Il Mahatma Gandhi e la sua battaglia contro l’India.

Questo testo ribadisce che Nessuno è profeta in patria. Gandhi era un indù aperto e innovatore, forse troppo per il suo paese.

La campagna di Gandhi contro l’intoccabilità in India ha avuto un successo limitato, persino all’interno della sua stessa famiglia e del suo circolo.

L’atteggiamento tradizionale non è svanito e le condizioni di vita per i più poveri e per i molti lavoratori manuali non sono migliorate di molto dai tempi di Gandhi.

La cosa più triste, poi, è che Gandhi non è riuscito a fermare l’antagonismo fra indù e musulmani: quest’ultimo si è trasformato nell’ostilità fra India e Pakistan.

Cosa resta a noi del Mahatma?

I suoi esperimenti con la verità ci sembrano davvero difficili, forse impossibili: come, per esempio, essere senza passioni nel pensiero, nella parola, nelle azioni per emergere dalle correnti contrastanti dell’amore e dell’odio, dell’attaccamento e della repulsione.

Ci resta tuttavia la testimonianza di una vita votata all’impegno civile: potreste dire che non esiste una ribellione non violenta e che non se ne conosce nessuna nella storia. Bene, è mia ambizione fornire un esempio e il mio sogno è che il mio paese possa ottenere la libertà con la non violenza.

Gandhi, in quella frazione della storia che gli è toccata di vivere, ce l’ha fatta. E’ stato, a suo modo, un oltre-uomo.

Amato e venerato come guida spirituale e politica, ma anche vituperato e odiato per la sua presunta accondiscendenza verso i musulmani.

La morte per mano di chi non l’ha capito è una delle tante morti annunciate, ma anche attese da chi, come Gandhi, compiuto il percorso che aveva scelto, non desiderava altro che liberarsi della vita e fondersi con l’essenza dell’Universo per non rinascere mai più.

P.S. Non seguite chi scrive in rete: Forse anche Gandhi non era questo gran santo: le fonti sono inattendibili e non servono a nessuna causa, tantomeno a quella della storia. Grazie, diffondete, per favore!

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Non sapevo che Gandhi avesse tratto ispirazione (trovando più volte riscontri) dal pensiero di Tolstoj e da quello di Thoreau. Quanta saggezza nelle parole del Mahatma, tra le tante mi è piaciuta la considerazione che aveva per le donne… Davvero bello questo articolo dedicato alla nonviolenza, così dettagliato, approfondito, ben curato e interessante! Complimenti. Terrò presente la biografia scritta da Rolland, di cui non conoscevo l’esistenza.

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  2. Silvia Lo Giudice ha detto:

    Davvero sorprendente che Gandhi si sia formato e riscoperto, da anima accogliente e attenta qual era, attraverso intellettuali e ingegni
    appartenenti a contesti diversi. Mi fa sperare in qualcosa di buono per l’umanità, d’altronde il Mahatma cercava sempre il dialogo, con tutti. Grazie, la tua attenzione mi fa iniziare bene una giornata che sarà faticosissima e con una temperatura prevista sopra i 30 gradi.
    Namaste’, come saluterebbe, il Mahatma, che in sanscrito significa: mi inchino al divino che è in te. Ma tradotto in termini più laici: mi inchino al miracolo, al prodigio che è dentro di te e che puoi realizzare tutti i giorni, una volta sola, qualche volta. Namaste’ 🙏, Alessandra

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  3. Maria Teresa Anastasi ha detto:

    Interessantissima questa biografia du Gandhi, mi ha svelato tanti aspetti della sua vita che non conoscevo e ha destato la mia curiosità lo scrittore Romain Rolland di cui non ho letto nulla…sarà l’occasione per leggere qualche suo scritto!

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    1. Silvia Lo Giudice ha detto:

      Sei sempre piena di curiosità, Prof

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