La La Land, 2016

lalaland

Mi dicono che il titolo rimandi sia alla città di Los Angeles che al significato di essere nel mondo dei sogni.
Ci siamo: il film è ambientato ai tempi nostri a Los Angeles e parla di due sognatori: Mia e Sebastian.
Candidato a quattordici Oscar, ne ha vinti solo sei e tutti di grande rilevanza: regia, attrice protagonista, fotografia, scenografia, migliore canzone: “City of stars” e, infine, migliore colonna sonora.
Quando i film hanno tante candidature, già cominciano ad essere guardati con sospetto: perché tante nomination?
Quando poi fioccano le statuette – anche se meno del previsto – l’invidia non si placa. Ma veramente ne meritava tante?
Oscar o non oscar Lalaland è un grande musical, che, volutamente, omaggia i musical americani degli anni ’50 e che racconta una storia romantica, senza incrinature mielose, e non solo, dentro quest’amore ce n’è un altro: l’amore per l’arte con tutta la determinazione e la devozione che comporta.
Si può nello stesso tempo realizzarsi come amanti e come artisti? Oppure si deve sacrificare l’amore all’arte?
Il regista Damien Chazelle, che ha al suo attivo il successo di Whiplash del 2014, ci racconta una storia rutilante di colori e immersa in un’atmosfera dorata dove il ritmo e le sonorità della colonna sonora di Justin Hurwitz emozionano sin dalla sequenza iniziale, dove, su una rampa dell’autostrada che porta a Los Angeles, un serpente di macchine intrappolato nel traffico, comincia a brulicare di un centinaio di ballerini che cantano e danzano, pieni di baldanza e di gioia di vivere: it’s another day of sun.
Viene subito voglia di ballare con loro, che mandano alla malora traffico, lavoro, appuntamenti, vita frenetica per abbandonarsi all’ebbrezza della danza.
Dentro quelle automobili in coda ci sono anche Mia e Sebastian, che si guardano ma ancora non si riconoscono, anzi, con clacsonate incalzanti, si prendono a male parole. Lei è un’aspirante attrice e lui un musicista jazz.
Sarà la musica a farli incontrare.
Sebastian, costretto per vivere a suonare un repertorio di canzoni natalizie come intrattenitore in un locale dove lui è solo un sottofondo, a fine serata, mentre i clienti sono sempre più obnubilati dal fumo, dall’alcol e dalle chiacchiere, ne approfitta per suonare un pezzo jazz: il suo tema, quello che gli vibra nelle corde. Perde il lavoro – perché non erano quelli gli accordi: solo canzoni di Natale! – ma attira l’attenzione di Mia, che entra nel locale catturata dalla melodia e lo ascolta con tanto di occhi sgranati dallo stupore della bellezza.
Ma prima che si riconoscano ci vorrà un intenso tip tap al Griffith Park, sopra Los Angeles avvolta dal tramonto.
Ognuno condivide il sogno di riuscire: Mia vuole fare l’attrice e fa continue audizioni, mentre serve in un bar di Hollywood frequentato dagli attori, e Sebastian vorrebbe avere un locale tutto suo, dove suonare solo e solamente jazz.
Il loro amore e il loro sogno li fa letteralmente volare nel cielo e danzare sopra le stelle, ma quando Mia ha finalmente superato un provino e vola a Parigi per cominciare la sua carriera di attrice, Sebastian rimane a Los Angeles.
Dopo cinque anni si rivedono per caso in un locale: il Seb’s, dove Sebastian si esibisce come pianista con il suo complesso jazz.
Mia è tra il pubblico, ma con suo marito.
Lei e Sebastian si afferrano subito con gli occhi e, mentre lui suona al piano il suo tema, ripercorre con una lunga sequenza una vita con Mia che avrebbe potuto essere ma non c’è stata, perché lui non l’ha raggiunta a Parigi.
Si congedano con un sorriso muto e triste, sapendo che nessuno dei due potrà ormai essere concretamente nella vita dell’altro – perché ha fatto la sua scelta – ma si ameranno per sempre, come si erano promessi prima che Mia partisse per Parigi.
A chi non è piaciuto il film, ribatto: non lo sapevate che era un musical? Come musical è impeccabile.
Sì, vabbè, ma mica sono Ginger Rogers e Fred Astaire o Gene Kelly e Leslie Caron! Infatti, replico, non lo sono, perché sono Ryan Gosling ed Emma Stone, che per girare questo film hanno imparato a ballare e a cantare e Gosling ha studiato pure il pianoforte per non ricorrere alla controfigura.
Insomma, io scrivo dei film solo se mi sono rimasti dentro.
L’emozione c’è tutta, basta amare il musical!

 

 

 

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Bambini nel tempo di Ian McEwan, 1987

Banbini nel tempo

 

Bambino nel tempo – suona il titolo inglese – come per portare il lettore dentro il nido dell’infanzia, della sicurezza, della spensieratezza: la vita è così piena di insidie.

Stephen porta la sua Kate al supermercato e, mentre sta alla cassa, la bimba di tre anni si dissolve nell’aria. Sparita. Portata via.

Il turbine sconvolge la vita di Stephen e di sua moglie Julie, portandoli all’incomprensione più grande: quella di non poter condividere lo stesso dolore. Non riuscendo a consolarsi a vicenda, imboccano altre strade: Julie si isola in un cottage, cercando una risposta nel misticismo e Stephen, dopo aver tentato l’impossibile per ritrovare la figlia, si stordisce con l’alcol e i quiz televisivi, quando non lavora, con molta incredulità, a un sottocomitato di Lettura e Scrittura per l’infanzia.

Perché Stephen Lewis è diventato per caso un famoso scrittore di libri per bambini. Il suo manoscritto è stato posato sulla scrivania sbagliata e Charles Darke, l’editore, si è subito appassionato al suo romanzo, che tuttavia, nelle intenzioni dell’autore, sarebbe stato destinato a un pubblico adulto. Ma tant’è.

Per quasi metà del libro McEwan procede per balzi in avanti e indietro con una scrittura analitica, dettagliata, amplificata  come in un romanzo ottocentesco, intenta a scavare nella superficie delle cose e nel cuore dei personaggi, seguendo il punto di vista di Stephen, il quale durante la sua profonda depressione, che dura più di due anni, ripercorre tutta la sua vita e i suoi rapporti con le persone.

Ma arriva il giorno in cui, dopo aver creduto di riconoscere Kate in un’altra ragazzina e dopo l’amara smentita, come un colpo di grazia accetta che la bambina se ne sia andata per sempre. Ricomincia a scrivere, prende lezioni di arabo classico e di tennis, scopre che sua madre aveva pensato di abortire, ma che poi, seduta in un pub con il suo futuro marito, dopo aver visto attraverso i vetri la faccia di un bambino, bianca come un’aspirina, era stata assalita dall’amore e aveva deciso di farlo nascere. Per una strana circostanza, tempo prima, anche Stephen aveva visto questa stessa scena ma nei panni del bambino che sua madre guardava.

I bambini che si avvicendano nel tempo permettono la vita nel mondo. I figli sono la nostra più grande risorsa, sentenzia il Manuale per l’infanzia, e per Stephen e Julie, dopo la crisi, si è finalmente aperta la speranza,  una speranza che vuole vincere il dolore del mondo e trasformarsi in impegno per una società più giusta.

La giornata che prelude al felice epilogo si apre con la visita a casa di Stephen del primo ministro, disperato perché non riesce a trovare Charles Darke, di cui si è invaghito. L’editore che ha scoperto il talento di Stephan ha lasciato il mondo dell’editoria per scalare quello della politica.

Stephen, più stupito che imbarazzato, promette che rintraccerà il suo amico e, una volta che il primo ministro, con tutto il suo seguito di guardie del corpo e di tecnici lascia la sua casa, parte per il Suffolk, dove Charles e sua moglie Thelma si sono ritirati, dopo aver abbandonato la vita mondana.

D’altronde non può che assecondare subito il primo ministro, dato che Thelma l’ha pregato di raggiungerli con una certa urgenza.

E’ da un po’ che Charles è sparito, e non solo dalla scena politica, ma da se stesso: è mentalmente regredito. L’ultima volta che Stephen è andato a trovarlo, l’ha ricevuto nel bosco, indossando un paio di calzoncini corti, e l’ha coinvolto in una pericolosa salita su un faggio dove ha costruito il suo rifugio.

Arrivato a una stazione del Suffolk, Stephen si avvicina a un gruppo di accattoni e regala il suo cappotto a una ragazza che gli ricorda la sua bambina perduta.

Nevica quando Stephen raggiunge il cottage dei Darke e lo aspetta l’ineluttabile: deve pietosamente raccogliere il suo amico, che si è lasciato prendere dal freddo nel bosco, e trasportarlo a casa. Incapace di essere fino in fondo bambino e di vivere all’apice del successo nell’alta società, Charles ha scelto di consegnarsi alla morte.

Mentre la moglie Thelma gli spiega le ragioni di quel suicidio, arriva una telefonata di Julie che cerca urgentemente il marito.

Stephen, su una locomotiva, l’unico mezzo che è riuscito a trovare a quell’ora di notte, raggiunge il cottage dove la moglie sta per dare alla luce un bimbo.

Il suo stupore è immenso.

Stephen non si aspettava che Kate gli fosse portata via, ma neppure che in quel mese di giugno, ultima volta che aveva incontrato sua moglie, avevano ricevuto il dono del concepimento.

La sorpresa dell’amore afferra Stephen e Julie in un finale pirotecnico, degno di questo grande scrittore, che ho scoperto dagli esordi scabrosi e scandalosi dei Racconti e del suo primo romanzo, Il giardino di cemento, fino all’intenso Espiazione, passando per L’amore fatale: tutti libri che non deludono, ma che anzi rivelano l’evoluzione di McEwan da una scrittura più cruda ed essenziale ad un’altra più ricca e densa, dove anche le tematiche sono diverse, più universali, ma sempre trattate con grande originalità.

 

Giovane e bella, 2013

giovane e bella

Francois Ozon, a 49 anni, è uno dei più prolifici e brillanti cineasti europei. Il suo ultimo lavoro è Franz, del 2016, un bellissimo film ambientato durante la prima guerra mondiale.
In Giovane e bella il regista francese esplora con sensibilità e acutezza il mondo dell’adolescenza, attraverso un racconto scandito dalle stagioni di un anno di vita della diciassettenne Isabelle.
Che sia giovane e che abbia anche la fortuna di essere bella, è un fatto che Isabelle dà per scontato, come dà per scontato tutto il resto: di essere benestante, di avere un fratello più piccolo – sempre amorevole e complice – di vivere in una bella casa a Parigi, di essere una liceale modello, di avere una madre aperta e disponibile. Del patrigno si può dire che sa non essere invadente ma essere allo stesso tempo premuroso con i figliastri. Se c’è un patrigno può voler dire che Isabelle e suo fratello sono figli di genitori separati. Il vero padre manca e questo dovrebbe/potrebbe lasciare un vuoto, anche se Isabelle, alle domande che si riferiscono a lui, svicola sempre con la stessa risposta che non dice niente: certo che va bene, è mio padre.
Il film comincia con una villeggiatura estiva al mare, in cui Isabelle, oltre a festeggiare il suo compleanno, perde la verginità con il primo ragazzo che le ronza intorno: rapporto deludente e freddo, insomma un modo per dire a se stessa: mi sono tolta il pensiero.
Quando Isabelle ritorna a Parigi, la storia segue le stagioni fredde e la ritroviamo a prostituirsi con uomini molto più grandi di lei che la pagano con centoni, che lei mette in un portafoglio nascosto nell’armadio, e non spende mai. Non è dei soldi che ha bisogno.
Uno allora si chiede: perché lo fa? Per trasgressione. Per noia e assuefazione a quello che lei percepisce come un soffocante torpore adolescenziale. Lo fa per placare la sua ansia di emozione oppure per stordirsi in modo differente dai suoi coetanei, che assumono sostanze, e lei, invece, si espone a un’esperienza sessuale sempre nuova e con il brivido del pericolo.  Forse per lei, prostituirsi, non è un bisogno di evasione ma una  curiosità per il mondo maschile. Oppure lo fa perché è alla ricerca della figura paterna. Potrebbe anche farlo perché è vanitosa e le piace l’idea che gli uomini paghino per averla.
Forse per tutte queste ragioni messe insieme, ma Isabelle – Lea per gli amanti che la contattano e le danno appuntamento in alberghi sempre diversi e portandosi dietro diverse rabbie e diversi desideri frustrati – non lo sa e non si chiede mai perché. Lo fa e basta. Lo fa perché le va di farlo. Quando torna a casa, tutte le sere, riprende i suoi panni negligentemente trasandati di adolescente pulita e fa come se fosse stata a studiare da un’amica.
La famiglia non immagina il suo segreto, neanche il fratello, che la spia con ammirazione e affetto, attratto da una femminilità della cui potenza lui solo sembra rendersi conto.
Lea si veste con i vestiti della madre e si trucca per sembrare più grande. Quando torna a casa, Isabelle, che si lava con energia dopo ogni rapporto, torna a essere la studentessa brillante che legge Le relazioni pericolose di Laclos.
Ma un giorno, mentre sta consumando un rapporto sessuale con un cliente, questo muore all’improvviso. Lea è atterrita. Prova a soccorrerlo come non farebbe con una persona qualunque, infatti Georges non è un cliente qualunque: è un anziano signore dai dolci occhi azzurri che è sempre stato gentile con lei, colmandola di carezze e di un sesso dolce, sempre attento a lei.
Ma ha preso il Viagra e quella volta voleva penetrarla. Non è poi una brutta morte, dicono in tanti.
Lea fugge in preda al terrore per nascondersi nei rassicuranti panni di Isabelle, ma niente può essere più come prima. Non solo crede di essere responsabile della morte di Georges, ma la verità esplode. La polizia spiattella la sua doppia vita a sua madre, che si vede mettere sotto al naso la foto di Lea, ragazza sontuosa che entra in un albergo vestita con le sue camicie di seta, e quella di Isabelle, che ne esce con la faccia acqua e sapone, jeans e un giaccone verde militare. Dinanzi a quella lacerante evidenza, la donna non può che ammettere, costernata: sì, è mia figlia.
E quando, disperata,  alternando scatti di ira a momenti di dolcezza, le chiede  perché fa la puttana, perché? la ragazza tace. Come madre è convinta di averle dato tutto e non sa dove ha sbagliato. Isabelle non risponde, non sa perché l’ha fatto, ma giura che non lo farà più e comincia la terapia psicanalitica.
Cerca di essere come gli altri adolescenti e di frequentarli: prima li sfuggiva, raccontando che aveva un fidanzato più grande. Si trova anche un ragazzo, al quale svela qualche trucco erotico, frutto della sua segreta esperienza, ma non sembra molto convinta dei suoi sentimenti e non vuole illuderlo.
Nessuno è molto serio quando ha diciassette anni.
I caffè strepitanti dalle luci splendenti,
le bibite e la birra d’improvviso t’annoiano
e allora vai a spasso per i viali dei tigli.
Come in questa poesia di Rimbaud, che Isabelle legge in classe con i suoi compagni durante la lezione di letteratura, il richiamo per i viali dei tigli, per il suo profumo, per i suoni portati dal vento, per l’odore di vigna e di birra, ritorna a farsi sentire, mentre il racconto scivola nella primavera.
Rimette nel cellulare la scheda con cui si faceva contattare dai clienti e legge gli insistenti messaggi.
Quello che le piaceva della vita di Lea – rivela all’analista – non era il sesso, ma l’attesa di questi uomini, la scoperta, la novità, il rischio.
E così Lea è di nuovo nell’albergo da dove è scappata il giorno in cui è morto Georges. Aspetta qualcuno, dice al cameriere.
Arriva una donna che ha ancora il fascino di quando era giovane – non è un caso che il regista abbia dato questa parte proprio a Charlotte Rampling – e si siede di fronte a lei. La ringrazia di avere accettato di incontrarla e ammette di avere voluto vedere l’ultimo viso che aveva visto Georges prima di morire.
Più che altrove, è in questa parte del film che la sceneggiatura e la regia si mostrano più incalzanti: ci si aspetta, da un momento all’altro, di essere messi in mezzo a una verità su questo periodo caotico e indecifrabile che è l’adolescenza.
La moglie di Georges dichiara di essere a conoscenza dei tradimenti del marito, di essersene rammaricata ma non riesce a rinnegare l’amore che li ha uniti per tutta la vita.
Lei è giovane e bella, dice alla ragazza che le siede di fronte, troppo bella. In un certo senso l’assolve e la comprende quando le confessa che è difficile resistere alla tentazione di essere pagata dagli uomini per stare con loro, anche a lei sarebbe piaciuto che gliel’avessero proposto, ma  non avrebbe avuto il coraggio di farlo.
Chiede alla ragazza di accompagnarla a vedere la stanza dove è morto il marito. Isabelle approva: anche lei lo desiderava, ma una volta dentro la camera, è confusa: non sa se deve essere Lea o Isabelle, chiede se si deve spogliare.
La Rampling sorride: per fare cosa? e la invita a distendersi accanto a lei.
Sta succedendo quello che andava fatto per provare a ricucire lo strappo e rientrare nella quotidianità riappacificante della vita che fluisce, come le carezze materne della moglie di Georges sul viso di Isabelle.
Quando si risveglia è da sola. Ha dormito ma adesso è sveglia. La ragazza che uscirà da quella camera non è certo Lea, ma un’Isabelle diversa, che ha fatto un’esperienza non scontata: la tenerezza di una donna che non riesce a odiarla e che anzi le ha rivelato che suo marito era cardiopatico: lei, quindi, non è assolutamente colpevole della sua morte.
Il volto di Isabelle è quello della modella Marine Vatch, eterea e sensuale nello stesso tempo.
Anche la Deneuve di Bella di giorno,  protagonista del film di Bunuel, aveva scelto una doppia vita di moglie borghese e di prostituta, ma il film di Ozon è lontano dal linguaggio cifrato e allusivo del regista spagnolo: è uno sguardo che scava dentro e non assolve nessuno né condanna.

 

 

 

La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, 1963

la giornata di uno scrutatore bis

Questo romanzo breve o racconto lungo è incentrato sulla ricerca di una risposta al dolore, risposta che il comunista Amerigo Ormea, scrutatore del seggio elettorale allestito nel Cottolengo (tra i reclusi dell’umanità) non può trovare nell’ideologia, ma solo nell’amore, nella gratuità, nella possibilità che sull’altruismo si fondi una società diversa, dove anche i mostri e gli idioti, gli aborti umani, possano trovare una giusta collocazione. E non importa che la Democrazia Cristiana pretenda di far votare anche le larve. Per Amerigo, che è lì per vigilare che i voti vengano assegnati secondo coscienza, importa trovare un senso all’esistenza di queste larve. Solo per chi ha concepito e seguita ad amare queste creature c’è: come il padre contadino, che viene ogni domenica per specchiarsi negli occhi vuoti del figlio.
Un Calvino che si confronta con la realtà della sofferenza attraverso un personaggio che sta dalla parte dell’umano, ma che poi tratta male la sua fidanzata, da maschilista, tuttavia non può fare a meno di impietosirsi per gli infelici disabili del Cottolengo.
Superiorità maschile a parte, è stato bello leggerlo: lirico e crudo, speculativo e narrativo, ha portato via proficuamente un pomeriggio d’ottobre.
Mi chiedo che uomo sia stato Calvino con le sue donne.

Madame Bovary di Gustave Flaubert, 1857

Madame Bovary

Scandalo e successo hanno accompagnato questo romanzo sin dalla sua pubblicazione e, dopo più di un secolo, la parabola di Emma Bovary afferra il cuore di chi sogna e preferisce sognare, quando la realtà non è quella che noi vorremmo.

Questa eterna adolescente, in attesa perenne delle delizie della vita, nutrita di fantasie romantiche, fa parte degli egregi ritratti di mediocri che Flaubert ci ha consegnato nel suo capolavoro, mediocri perché incapaci di generosità e di nobiltà d’animo.  L’unico personaggio buono della vicenda, l’innamorato perpetuo contro ogni evidenza e disprezzo, Charles Bovary, il marito di Emma, non è che un idiota, uno che non scende al fondo delle cose, un vile.

Emma lo tradirà con Rodolfo. La sua passione per lui è sincera e generosa, forse Flaubert le dedica le pagine di maggiore autenticità e realizzazione personale: dopo tanta attesa in una vacua insoddisfazione, Emma può coronare il suo sogno d’amore, è disposta perfino a mettere in secondo piano la figlia (la negletta Berta, futura orfanella destinata alla povertà) per seguire il suo amante e la sua felicità con lui.

Ma Rodolfo non la ama e l’abbandona. Emma quasi ne muore, come le eroine dei suoi romanzi. Con lui si chiude il periodo della passione.

La storia con Leone, dopo l’abbagliamento iniziale, fa trovare ad Emma nell’adulterio tutto quanto c’è di meschino nel matrimonio. Ennesimo scacco. Ennesimo fallimento. E se Madame Bovary, tra le tante definizioni, è stato definito il romanzo del fallimento, solo nella relazione con Rodolfo vedo una possibilità per Emma di vita autentica, se però Rodolfo non fosse stato un furfante, insomma un personaggio mediocre, come tutti gli altri.

Emma è mediocre perché vuole una vita al di sopra delle sue possibilità, perché ama la frivolezza e il lusso, perché vuole sembrare quello che non è, perché non ha una vita spirituale, perché cade vittima della noia e reagisce affidandosi agli amanti, che la deludono, e al lusso, che la porta a indebitarsi oltre le sue possibilità.

L’arsenico è il rimedio che sceglie, una morte orrenda, tra atroci dolori. Mentre la vediamo contorcersi e vomitare, pensiamo a come sarebbe andata la sua esistenza se Rodolfo l’avesse amata e le avesse permesso di vivere al suo fianco una più o meno esaltante vita di coppia, una quotidiana vita di amanti.

Flaubert – che della sua eroina ha detto: Madame Bovary c’est moi – non riteneva degno il suo personaggio di una vita felice, d’altronde nessuno è felice, forse neppure l’alacre Homais, il farmacista su cui lo scrittore chiude lo sguardo, dicendoci che finalmente è riuscito ad ottenere la croce della Legione d’Onore. E ce lo dice facendoci immaginare un suo mezzo sorriso di scherno: lo sfottò del demiurgo che conosce i limiti delle sue creature.

E’ tutta colpa della fatalità: commenta così Charles Bovary la verità sui ripetuti adulteri della moglie, per assolverla e riappacificarsi con lei nell’invocata morte.

E’ tutta colpa della sensualità, sembra dire, tra le righe, Flaubert, mentre il curato somministra ad Emma l’estrema unzione: degli occhi, che hanno bramato tutte le magnificenze terrestri, delle narici, che sono state ghiotte dei profumi dell’amore, della bocca, che ha mentito e sospirato nella lussuria, delle mani, che hanno goduto dei contatti delle membra amate, dei piedi, che l’hanno portata a soddisfare i suoi desideri.

Verrebbe da chiedersi: che male c’è ad amare la sensualità?

Ma Flaubert, più involontariamente che volontariamente, mette in guardia contro i piaceri del corpo: non bisogna essere ingenui e fatui, ma mantenere i contatti con la propria realtà, anche se deludente, se non si vuole precipitare nel baratro.

Ci piace di più ricordare Emma viva, nell’empito della sua passione, quando, con un gesto solo, lascia cadere di colpo tutti i suoi abiti per gettarsi sul suo amante a bere avidamente da lui l’illusorio piacere.

Ma  della sua agonia rimarrà impresso l’allungarsi del suo collo per deporre sul Crocefisso il più grande bacio d’amore che avesse mai dato. Abituati alle simulazioni di Emma, stentiamo a credere alla verità di questo slancio; d’altronde l’ironia di Flaubert è sempre in all’erta per impedirci di cascarci.

Emma Bovary è un personaggio immortale, qualsiasi giudizio si possa dare su di lei.

 

Loving Vincent, 2017

vangogh

A 37 anni Vincent Van Gogh muore a Auvers-sur Oise in seguito a un colpo di pistola sulla pancia, dopo un’agonia durata 29 ore, assistito dall’amorevole fratello Theo, sempre presente nella sua vita con la più completa devozione affettiva e fornendogli continua assistenza economica: era tanto legato a Vincent da non sopravvivergli:  dopo sei mesi morirà di sifilide. L’ultima lettera che Vincent gli ha scritto non gli può essere, infatti, recapitata.

Dopo il film del 1956, Lust of life (Brama di vivere) di Vincent Minelli e con un somigliantissimo Kirk Douglas nei panni del pittore olandese, ecco un nuovo film su Van Gogh, ma si stratta di una pellicola unica nel suo genere, perché è interamente dipinta su tela, rielaborando oltre mille dipinti per un totale di più di 65000 fotogrammi realizzati da 125 artisti provenienti da varie parti del mondo.

La storia si dipana dopo la morte del pittore attraverso un viaggio nei luoghi di Van Gogh fatto da Armand Roulin, il figlio del postino, che deve recapitare l’ultima letta scritta a Theo dal pittore.

Dopo aver appreso, a Parigi, della morte di Theo, Armand si reca ad Auvers, la cittadina dove è morto il pittore e qui, conoscendo contesto e personaggi, cerca di ricostruire la verità sulla morte di Van Gogh.

Si è suicidato oppure è partito un colpo di pistola per sbaglio da due balordi che si divertivano a tormentarlo?

Van Gogh non ha mai confessato di essere stato colpito, forse per coprire i due ubriaconi con cui ogni tanto si intratteneva a bere e, quindi, per scagionarli con il suo perdono.

Nelle lettere dell’artista non c’è nessun messaggio che possa far presagire il suicidio. Le sue parole sono ottimiste e inoltre aveva fatto un grosso ordine di colori pochi giorni prima.

E’ invece convinto del suicidio il suo medico curante il Dottor Gachet, che spiega che Van Gogh soffriva di un disturbo bipolare: poteva essere felice un giorno e infelice l’altro. Niente era strano o normale per Van Gogh: si era tagliato un orecchio dopo che Gauguin aveva troncato il loro sodalizio artistico, quindi poteva pure essersi sparato in pancia, che è il modo più insolito per suicidarci, dato che è più semplice puntarsela alla tempia oppure alla bocca.

Armand Roulin cerca di far luce su questo mistero insolubile: si è trattato di un suicidio o di un omicidio accidentale?

Quello che è evidente in Loving Vincent, diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman, è la bellezza delle opere di Van Gogh, attraverso le quali e con gli stessi personaggi che ha dipinto, è raccontato il film, e la tristezza di questo genio solitario, emarginato (vorrei essere come gli altri, dice in una battuta del film), spesso disprezzato con l’appellativo di Matto e preso a sassate, ma anche ammirato dal suo medico curante per l’immediatezza delle sue immagini, per i colori accesi e le pennellate dense di colore, per l’intuizione della genialità. Il Dottor Gachet, maniacale pittore amatoriale, copiava i quadri del suo paziente senza tuttavia riuscire a imitarlo.

Le sue doti straordinarie (se pensiamo che ha cominciato a dipingere solo otto anni prima di morire) sono state riconosciute solo dopo la sua morte.

La sua tragedia di genio incompreso si stempera in uno degli ultimi dipinti del film: La notte stellata, dove immagino il poeta brillare tra le sue stelle.

La Montagna Incantata di Thomas Mann, 1924

Giovanni Castorp, l’eroe del romanzo di Mann ambientato in un lussuoso sanatorio di Davos, usa per definire il suo soggiorno tra quelli di lassù una convincente metafora: viaggio di istruzione, espressione che può essere anche sostituita da iniziazione alla vita oppure da scoperta di sé o ancora da esperienza speculativa-emotiva-intellettuale. Tuttavia la contemplazione di sé giunge alla fine a un momento di stasi: la vita senza tempo,  la vita scevra di preoccupazioni e di speranze, la vita simile a una gora, tenuta in movimento superficiale da un’attività dissoluta, la vita morta. Solo un tuono storico fa saltare la montagna incantata e restituisce Castorp alla pianura – alle cose liberate dalle ombre – dopo sette anni di permanenza al Berghof.

Ma abbiamo corso troppo per un romanzo in cui il tempo scorre lentamente, scandito dai cinque abbondanti e gustosi pasti, dalle brevi passeggiate nell’incantevole vallata di Davos, dalle ore dedicate alla cura sulla sdraio (mirabile strumento di riposo delle membra!) respirando aria balsamica, dal trascorrere delle stagioni, dal ritorno delle festività, identiche a quelle precedenti tanto da accreditare l’ora e sempre in un annullamento soggettivo della nozione del tempo. Sembra che il tempo si possa intrappolare soltanto nei sette minuti in cui il paziente misura la temperatura quotidiana.

Alla lentezza del tempo si adegua il ritmo lento della narrazione.

Non è vero che nel romanzo succede poco, perché le situazioni si modificano continuamente e le stesse pause speculative e i sostanziosi dialoghi rappresentano una crescita continua  per l’allievo Castorp, l’educando, il vero motore narrante, che in una sera d’agosto arriva a Davos per trascorrere tre settimane in compagnia del cugino Gioachino, un aspirante ufficiale dell’esercito alle prese con la tisi, il suo vero nemico sempre in agguato.

Ma le tre settimane si dilatano enormemente facendo scoprire a Castorp, nella dimensione della malattia, una chiave alla vita, all’amore, alla libertà, alla genialità. Si dilatano perché Castorp scopre di essere anche lui malato, seppur lievemente, e decide di sottoporsi alle cure necessarie per il corpo (e per lo spirito) fino all’avvenuta guarigione.

Castorp è definito un mediocre, quantunque in un senso molto rispettabile della parola, perché non reputa opportuno un dispendio eccessivo di forze in un panorama generale privo di speranze e di mete. Ha fatto studi tecnici, sarà un futuro ingegnere navale, non tanto per amore della sua professione, quanto per garantirsi una maggiore agiatezza nel mondo borghese. E’ orfano, ma provvisto di una discreta rendita annua, non però completamente soddisfacente per condurre un tenore di vita alto in città: per sopperire a questa esigenza dovrà lavorare, anche se al riguardo la pensa così: mentirei se asserissi di amare il lavoro per se stesso. Mi sento perfettamente bene quando non faccio nulla. E altrove è scritto: Castorp, paziente per natura, poteva benissimo stare a lungo senza occupazione alcuna e amava il tempo libero che si sente scorrere in piacevole lentezza, non quello che un’attività febbrile ingoia, incalza, fa dimenticare.

E’ quindi all’attività frenetica in una città tedesca che Castorp era destinato, se non si fossero scoperti focolai nei suoi polmoni. Sembra però che la circostanza non gli dispiaccia poi tanto e si evince, non solo dalle precedenti dichiarazioni esistenziali, ma anche dal fascino che la malattia esercita su di lui: la malattia può affinare l’uomo, renderlo intelligente, eccezionale.

Da queste premesse è ovvia conseguenza la voracità intellettuale con la quale Castorp si getta nello studio della biologia, della fisiologia, della botanica, dell’astronomia. Castorp non è certo un fannullone, è un contemplativo che vuole trovare spazio per il suo spirito avido di conoscenza e di profondità: la malattia è lo strumento per farlo, è l’esperienza privilegiata per questo viaggio all’interno di sé e attraverso il mondo che lo circonda: la società del Berghof. Non meno importanti per la sua formazione sono le sedute di analisi, l’acquisizione di una sicura tecnica sciistica che gli consente un più autentico rapporto con la natura, l’approccio alla musica attraverso un grammofono, il contatto con il mondo soprannaturale durante le sedute spiritiche, l’umanitarismo e la carità cristiana nei confronti dei moribondi del sanatorio. Castorp è un giovane affascinato, oltre che dalla malattia, anche dalla morte, reputandola anche più seria e solenne della stessa vita.

Placet experiri: questo è il motto del nostro eroe, che non è da solo a sperimentare, avendo due maestri d’eccezione: Settembrini e Nafhta, maestri i cui punti di vista sono contrapposti e le cui discussioni creano talvolta confusione nel giovane discepolo. Il primo è un italiano, nipote di un Carbonaro, professa idee democratiche e liberali, crede nella potenza della parola e della letteratura, che è la forza civilizzatrice del mondo; la malattia l’ha strappato all’azione, che per lui non può che essere finalizzata al perfezionamento dell’umanità, e tuttavia collabora, a distanza, attraverso i suoi scritti edificanti, con la Lega per l’organizzazione del progresso. E’ dotato di un forte spirito critico e considera la malignità l’arma più brillante della ragione contro le potenze delle tenebre e della bruttezza poiché la critica significa l’origine del progresso e della civiltà.

Nafhta è un ebreo convertito al cattolicesimo, gesuita mancato a causa della malattia, assertore di un comunismo cristiano all’insegna del terrore: soltanto dallo scetticismo radicale, dal caos morale risulta l’assoluto, il terrore santo di cui la nostra epoca ha bisogno. Nel corso del romanzo sarà più volte definito piccolo terrorista per la sua statura e per le due idee rivoluzionarie inneggianti al terrore.

Settembrini è il suo antagonista nel ruolo di educatore e teme che le idee pericolose del suo rivale possano minare la salute spirituale del suo discepolo, infatti quella che lui reputa la fiacchezza morale di Castorp gli causa non poche preoccupazioni. Più volte lo vediamo puntare il dito sul nostro eroe catturato dall’aria frizzante di Davos, dagli ozi intellettuali e dalla passione per Claudia Chauchat, una paziente del Berghof: il suo discepolo rinuncia all’azione, è incurante del tempo prezioso tolto alla vita vera, al progresso, è perso per il mondo. Settembrini non solo attacca l’idea romantica che Castorp ha della malattia, chiamando il causa il nostro Leopardi il cui corpo malato ha costituito uno strazio per l’anima, ma lo mette in guardia da quello che lui reputa l’amore malsano del giovanotto per la russa madame Chauchat, sposata a un francese che vive in una zona remota nello spazio geografico e nel cuore della donna: eviti quella palude, quell’isola di Circe in cui, per sostare senza pericoli, non è abbastanza Ulisse. Finirà per camminare a quattro zampe, già si piega sulle estremità anteriori, ben presto comincerà a grugnire.

Per la razionalità di Settembrini è deleterio innamorarsi in un sanatorio, perché quell’amore potrebbe non avere esiti positivi. Per Castorp, invece, è proprio nell’impossibilità che risiede il fascino di un amore: l’amore deve essere una follia, un sentimento insensato, proibito, un’avventura nel male, altrimenti è una banalità piacevole.

L’affascinante Madame Chauchat, che entra nel ristorante sbattendo la porta, con il suo passo indolente, gli zigomi alti e gli occhi obliqui, ricorda straordinariamente a Castorp un compagno di scuola di cui s’era invaghito: interessarsi a una donna malata è per lui altrettanto irragionevole quanto aver nutrito, un tempo, un segreto interesse per un coetaneo, anzi, è proprio in quest’amore irrazionale, che ricalca il primo amore dandogli piena consistenza, che Castorp riconosce la malattia da cui è affetto, come se questo tipo di amore fosse un prodotto della malattia o, viceversa, fosse l’amore una sorta di fattore degenerativo dell’organismo. Se ogni malattia è una metamorfosi dell’amore, il binomio amore-malattia diviene indissolubile. Castorp non avrebbe provato quell’ebbrezza alla vista di una qualsiasi sana ochetta cui in pianura egli avesse donato il cuore in modo lecito, tranquillo, l’ebbrezza, appunto, dell’impossibile e dell’illecito.

Dopo un lungo corteggiamento fatto di sguardi e sorrisi, in una sera di Carnevale Castorp dichiara il suo amore a Madame Chauchat e lo fa in francese, perché parlare in una lingua che non è la propria significa parlare senza parlare, senza responsabilità, come in un sogno. Ma Madame Chauchat deve tornare in pianura il giorno dopo, però è malata e tornerà in sanatorio. Castorp si impegna ad attenderla perché altrimenti diventerebbe un disertore e commetterebbe il più grande atto di infedeltà e ingratitudine verso la malattia, il genio e l’amore per lei.

Diventa invece disertore il cugino Gioachino. Nonostante il parere contrario del medico, lascia il sanatorio per tornare a servire l’esercito, ma, trascinatovi dalla malattia, rientrerà dopo qualche tempo per spegnarsi al Berghof,

Castorp, invece, è sempre più radicato nella montagna incantata, la pianura è ormai priva di lusinghe, anzi ha quasi paura di confrontarsi con giovanotti della sua età che trascorrono le vacanze a Davos, perché si scoprirebbe, ormai, tanto estraneo e diverso. Non ha più obblighi né doveri. E’ vano il tentativo del suo tutore James Tienappel di andare fin lassù a prenderlo, anzi, è questo  che deve scappare da Davos, altrimenti sarà anche lui stregato dalla montagna.

Nonostante le innumerevoli occupazioni, per Castorp l’attesa di Madame Chauchat è lunga ed è grande la delusione quando questa ritorna al Berghof in compagnia di un uomo.

Si chiama Mynheer Peeperkorn, un olandese di sessant’anni che si è arricchito nelle colonie; anche se ricchissimo, forse è troppo vecchio per una donna bella e giovane come Madame Chauchat, ma la generosità del suo cuore e la vitalità del suo spirito lo rendono affascinante agli occhi di tutti gli ospiti del Berghof. Pur avendo una complessione robusta, è soggetto a febbri violente che lo lasciano spossato.

Anche il nostro eroe è affascinato dalla sua personalità e diventa amico dell’olandese, mettendo a tacere la sua gelosia, anzi, sembra quasi capire Madame Chauchat quando questa gli confida che è stata costretta a seguire Mynheer Peeperkorn e a servirlo per la forza del sentimento di quest’uomo non comune. E’ impossibile abbandonarlo, conferma Castorp, passare oltre il suo sentimento.

Mynheer Peeperkorn è il sentimento puro: il sentimento è divino, sostiene l’olandese, l’uomo è divino inquantoché sente. Egli è il sentimento di Dio, Dio lo creò per farne strumento della sua sensibilità. L’uomo non è altro che l’organo per mezzo del quale Dio celebra le sue nozze con la vita. Ma Mynheer Peeperkorn è troppo malato per esprimere il sentimento, per essere strumento di Dio e sceglie di darsi la morte volontariamente perché non è all’altezza della vita.

Prima di vederlo morto sul suo letto, lo vediamo ai piedi di una cascata durante una gita offerta da lui a una cerchia ristretta di amici del Berghof, mentre parla e il suono delle sue parole è rapito dal fragore dell’acqua. L’immagine è emblematica della sua fine: questo gigante è troppo fiacco per vivere senza tradire il sentimento.

Morto Mynheer Peeperkorn, Madame Chauchat lascia Davos, dopo aver scambiato con Castorp un addio soffuso della tragicità di una grande rinuncia.

Il lettore si chiede: perchè questa grande rinuncia? Forse perché Castorp è un uomo dalle passioni flemmatiche e perché Madame Chauchat è passiva nell’amore e sceglie soltanto quando è già stata scelta: è una di quelle donne alle quali se domandi: lo ami? risponde: lui mi ama tanto.

Da quando Madame Chauchat è partita sembra al giovanotto che il mondo e l’esistenza non camminino più per il loro verso. La vita della pianura comincia a bussare improvvisamente alle porte del Berghof. Il primo conflitto mondiale è nell’aria e viene anticipato al sanatorio da una suscettibilità e da una rabbia di cui ogni individuo è irragionevolmente vittima. Quest’aggressività collettiva culmina nella sfida tra Settembrini e Nafhta, i due opposti maitre à penser. Il duello si conclude con il suicidio del gesuita, del piccolo terrorista, che dà così una lezione di coerenza al rivale, che aveva precedentemente rifiutato di sparare offrendo il suo petto indifeso.

Castorp è uno dei pazienti che non sono più in grado di concepire il ritorno in pianura, uno di quelli per i quali la malattia è diventata l’alibi per abdicare alla vita, ma, d’un tratto, l’incantesimo svanisce e il nostro eroe è sciolto dalla magia, salvato, liberato,  non per propria forza, ma per merito di forze elementari esterne che avevano operato la sua liberazione senza volerlo. Lascia Davos accompagnato alla stazione da un Settembrini commosso e felice per il ritorno alla vita del suo allievo.

Ritroviamo il nostro eroe nell’incalzare della battaglia, tra scoppi, membra dilaniate e furore. Non sappiamo se vivrà oppure morrà. Forse questo non è importante: avventure del corpo e dello spirito gli hanno fatto vivere nello spirito quello che probabilmente non vivrà nella carne. Castorp ha ormai trentanni quando si conclude il suo viaggio d’istruzione. La frenesia della vita attiva l’ha preso nel suo vortice.

La Montagna incantata è stato pubblicato nel 1924 e la domanda finale di Mann: da questa festa mondiale della morte, da questo malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa, sorgerà un giorno l’amore? trova la sua risposta negativa nella storia recente e recentissima.