23. A CONRAD AIKEN

23. A CONRAD AIKEN

New York, 21 dicembre 1963

Conrad, vecchio mio, ho cenato con Stravinskij, che mi ha proposto un brindisi rutilante: Altri dieci anni per tutti e due!

Io gli ho parlato del Missouri e della mia infanzia in quello stato.

Il Mississippi, il grande fiume della mia primavera, le cui brume e la cui voce non mi hanno mai lasciato.

Non so gran che degli dei; ma penso che il fiume

Sia un forte dio fulvo: cupo, indomito e intrattabile

Ultimamente penso spesso alla mia famiglia, alla mia giovinezza, all’università ad Harvard, al Lampoon Club, da cui una notte, nel 1909, sono uscito barcollante e ubriaco e, per non finire per terra, ti ho abbracciato. Da quella prima stretta, pur con qualche interruzione e silenzio, il nostro legame è sempre stato solido.

L’amore per i versi (come ci sembrava grande e meraviglioso il futuro!), le confidenze sui miei fallimentari approcci con le donne, l’abulia con cui reagivo a situazioni sgradevoli o coartanti quando passivamente mi rinchiudevo in una fredda negatività e perdevo rigore mentale ed energia fisica: tutto tu conosci.

Con te riuscivo a vincere la timidezza. È come se tu mi conoscessi da sempre. Sei tu che a Londra mi hai portato da Pound e quell’incontro mi ha cambiato la vita.

Mi hai conosciuto quando ero ancora un ragazzo inibito e vergine (fino a ventisei anni!!!). Ti raccontavo che a Parigi non riuscivo neanche ad andare con una prostituta! Probabilmente è mio padre che mi ha trasmesso l’idea del sesso come sozzura e bruttura.

C’eri quando penavo nell’inferno del mio primo matrimonio con Vivien, sai come fossi infelice con lei.

Sapevi quanto fossi affannato e depresso, oberato di lavoro per arrivare decentemente alla fine del mese senza far mancare nulla a me e a mia moglie.

Contro chi criticava La terra desolata perché troppo criptico, non coerente né coeso, hai scritto che il segreto della riuscita del poema era proprio nell’apparente incoerenza e mancanza di un piano e più nella sua ambiguità che nella sua chiarezza.

Quando ho lasciato Vivien al suo destino per salvare il mio, sai che prezzo ho pagato. Non mi sono sottratto allo strazio del rimorso e al fardello del passato. Non mi sono concesso niente, solo Dio ha riempito il mio vuoto.

Poi sono diventato ricco e famoso, mi hanno dato il premio Nobel nel 1948. Ero un personaggio pubblico (e sarei stato la soddisfazione mancata dei miei genitori!): folle accorrenti ad ascoltarmi e richieste di autografi.

Onoravano in me il poeta e non giudicavano l’uomo con aggettivi come antisemita e razzista, misogino e omosessuale, conservatore e reazionario.

Ma né la celebrità né i successi letterari mi hanno mai appagato veramente, solo l’amore per Valerie. Quell’amore che nei miei scritti avevo liquidato come la consolazione degli uomini normali, proprio quello mi ha reso felice, Conrad, quel sentimento così semplice ma che allo stesso tempo sembrava impossibile per me.

L’amore mi ha riscattato da tutta una vita di infelicità e di angoscia.

Non devo più pagare per quello che ho fatto a Vivien, ho diritto anch’io alla mia parte di felicità: a sessantotto anni.

La terra desolata si conclude con sei parole in sanscrito, tratte dai libri sacri dell’induismo: datta, dayadhvam, damyata.

Non ho cambiato idea dalla mia giovinezza, quando scrivevo che solo frammenti di generosità, compassione e autocontrollo potevano sostenere le rovine di una terra arida e sterile.

L’ultima parola del poema, che si ripete tre volte, è shantih: la pace interiore. Oggi posso dire di esserci arrivato davvero.

tuo Tom

EPISTOLARIO DI T.S. ELIOT (1888-1965)

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Maria Teresa Anastasi ha detto:

    Bello

    "Mi piace"

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