Antologia di poesie di Agostinho Neto e di Ho Chi Min tradotte da Joyce Lussu

Joyce Lussu nel suo saggio Tradurre poesia scrive: …tradurre poeti di diversa nazionalità e cultura è anche la narrazione della loro conoscenza, della loro ricerca per le strade infangate e impolverate dei loro paesi, africani, curdi, afgani ….

La prima parte di questo excursus è stata dedicata alla figura di Joyce Lussu (1912-1998) e al suo rapporto con il poeta turco Nazim Hikmet di cui fu la prima traduttrice in Italia. Joyce Lussu, poetessa e traduttrice di Nazim Hikmet

Questa infaticabile donna, poetessa essa stessa, oltre che traduttrice, tra gli anni ’50 e ’60 ha marciato con i guerriglieri in Angola e in Kurdistan, alla ricerca di una poesia utile agli uominie e lontana dai canoni occidentali: è stata un’osservatrice senza armi.

Joyce Lussu ha conosciuto e tradotto opere di poesia di personalità di spicco del Novecento, tra i quali Ho Chi Minh (1890-1969) e Agostinho Neto 1922-1979), poeti e anche politici, capi della rivolta anticolonialista, padri della patria.

Il Vietnam, prima colonia francese, poi minacciata dall’espansionismo giapponese durante la seconda guerra mondiale, con la sconfitta nipponica è di nuovo sotto l’oppressore francese.

La guerra di liberazione dalla Francia finisce nel 1954. Nello stesso anno la convenzione di Ginevra riconosce lo stato del Vietnam, che però viene diviso in due zone: il Vietnam del Nord, comunista e con presidente Ho Chi Minh, e il Vietnam del Sud, con un governo filooccidentale.

Ma non finisce qui. La guerra tra il Nord e il Sud insanguinerà il paese fino a quando gli Stati Uniti, che appoggiavano il governo del Sud del Vietnam, come baluardo anticomunista, non torneranno a casa sconfitti dalla guerriglia dei patrioti.

Dopo la riunificazione, la città di Saigon sarà ribattezzata, in onore del capo della resistenza, Ho Chi Minh City.

L’Angola invece è stata colonia portoghese fino al 1975, quando è diventata una repubblica socialista con la presidenza di Agostinho Neto, guida del movimento per l’indipendenza.

Il colonialismo portogheseun immenso impero coloniale che andava dalla Guinea al Mozambico e da Timor Est, su un’isola del sud est asiatico, a Macao, in Cina – ha retto fino al 1974, quando è stato travolto dalla rivoluzione dei Garofani contro il dittatore Salazar.

La sorte dell’Angola, come quella di tanti paesi decolonizzati, è stata segnata dalla guerra civile tra il governo ufficiale e i suoi oppositori politici. Il conflitto si  è concluso solo nel 2003.

Ho Chi Min e Agostinho Neto: due politici e statisti, legati dal patriottismo, dal comunismo e dalla vena poetica.

In circostanze legate alla lotta, al carcere e alla clandestinità hanno trovato il tempo e la capacità di fare poesia.

Joyce Lussu apprezzava molto questo connubio, raro (annoveriamo anche Mao), tra poesia e lotta politica.

Agostinho Neto lo conosce nel 1941 a Lisbona, quando lei e il famoso marito Emilio Lussu, che sta lavorando a un piano di sbarco degli Alleati in Sardegna, si erano trasferiti in Portogallo, paese non belligerante durante la seconda guerra mondiale, ma che ha dato le basi delle Azzorre agli Alleati e ha venduto materie prime ai nazisti. Tant’è!

Anche se al potere dal 1933 c’è il dittatore Antònio Salazar, Lisbona è diventata un crocevia importante per le attività di diplomazia che Emilio Lussu deve imbastire con gli Inglesi.

Joyce si è iscritta all’Università e studia portoghese: vivono sempre con nomi falsi e Joyce ha una doppia identità, quella vera per gli studi e quella falsa per girare.

Il canzoniere di Agostinho Neto è uscito in Italia nel 1961 con il titolo Con occhi asciutti.

È stato scritto dal poeta nella lingua della cultura, il portoghese – si è infatti laureato in medicina all’università di Coimbra – e non nella lingua madre, ed è stato messo insieme dai suoi amici e da Joyce Lussu, che ha tradotto le poesie tra una scarcerazione e l’altra di Neto.

Questo è il ritratto che Joyce fa di questo singolare uomo: medico, rivoluzionario e poeta: nerissimo, alto di statura e appena un po’ curvo per sembrare meno altro, un abito spazzolato e una camicia freschissima. Parla poco, a voce bassa, e solo per dire frasi lucide e concise, contegno modesto, mite, appena esitante, che però rivela subito una mente ordinata e forte.

La formazione protestante di Neto spiega bene una delle beatitudini del discorso della montagna di Gesù:

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia

Poiché ad essi apparterrà la patria e l’amore del popolo.

Le sue poesie sono segnate dall’esperienza del carcere e intrise da una incommensurabile nostalgia per la terra ricca e bella che deve essere degli Angolani:

Abbiamo da tornare

Alle nostre miniere di diamanti

E d’oro di rame e di petrolio

Ai nostri fiumi ai laghi

Ai monti alle foreste.

Nei suoi versi c’è la coscienza della diaspora degli Africani, deportati come schiavi:

L’oceano mi separò da me stesso

Perché mi venni dimenticando nei secoli

L’oceano è presente in me

Riunisce in me lo spazio

Condensa il tempo.

Accade che io

Uomo umile

Ancora più umile nella mia pelle nera

Torno a essere Africa

Per me

Con gli occhi asciutti.

Il pensiero di Neto è sempre accanto ai lavoratori angolani che, pur nella sofferenza dell’oppressione, non smettono mai di cantare:

Stanchi

Svuotati dalla fatica

Ma cantano

Saturi di ingiustizie

Calate in fondo all’anima

E cantano

Con gridi di protesta

Annegati nelle lacrime del cuore

E cantano.

La speranza di un’Umanità rinata non crolla mai:

Negli uomini

Ferve il desiderio dello sforzo supremo

Perché l’Uomo

Rinasca in ogni uomo

E la speranza

Non si trasformi mai più

In lamenti di folle.

Con occhi asciutti è una raccolta di poesie che spiega il dramma attuale dei migranti africani come pochi sono riusciti a fare.

Il Diario del carcere di Ho Chi Min è uscito in Italia nel 1968. È scritto in cinese, poiché il poeta e capo della guerra di liberazione vietnamita, era prigioniero dei cinesi anticomunisti e non voleva insospettire i suoi carcerieri con una lingua incomprensibile, quindi sospetta e destinata alla censura.

Dal 28 agosto 1942 al 16 settembre 1943 è prigioniero della polizia del Kuomintang nella Cina meridionale.

Durante la prigionia Ho Chi Minh è passato per una trentina di carceri, spesso costretto a camminare per 40-50 chilometri al giorno con i ferri ai piedi, dormendo sul pavimento e sopravvivendo a condizioni estreme.
Rilasciato nel 1943, è rientrato in Vietnam, dove ha ripreso la lotta.

Chi Min, nome che si è scelto dopo l’esperienza di disumana prigionia durata diciotto mesi, significa: che cerca l’illuminazione.

Ho, in cella, ha fatto luce sul significato della vita e della sua missione patriottica.

Solo chi ha coraggio sopporta la tempesta, che è sempre una buona opportunità per dimostrare forza e stabilità.

Quando ci si è prefissi uno scopo, anche se tra tanti mali e privazioni, si può ancora sentire un profumo che entra nella cella a sollevare lo spirito provato.

Il dolore trasforma la persona e la rende migliore.

Radici di confucianesimo e di buddhismo fanno crescere lo spirito del rivoluzionario che abbraccia il comunismo, essendo questo l’unico movimento politico che dà voce agli sfruttati, in questo caso non i lavoratori di una fabbrica ma gli indigeni vittime del capitalismo imperialista.

È durante il soggiorno a Parigi, nei primi anni ’20 che il nostro vietnamita legge i testi di Marx.

Chiamato dai guerriglieri più giovani lo zio Ho, così spiega cos’è quella forma di lotta che ha messo in ginocchio prima i Francesi e poi gli Americani: il segreto, ricordatevelo, è che il nemico deve credervi ad ovest quando vi trovate ad est e dovete attaccarlo di sorpresa e ritirarvi prima che possa reagire.

Ho Chi Min e Agostinho Neto: due veri capi della resistenza, che hanno scontano sul corpo e sullo spirito la passione per il loro popolo libero.  

Antologia da Con occhi asciutti di Agostinho Neto, tradotto da Joyce Lussu

Creare

Creare creare

Creare nella mente creare nel muscolo creare nel nervo

Creare nell’uomo creare nella massa

Creare

Creare con occhi asciutti

Creare creare

Oltre la profanazione della foresta

Oltre il fortilizio impudico della sferza

Oltre il profumo dei tronchi segati

Creare

Creare con occhi asciutti

Creare creare

Risate sopra lo sfregio della tortura

Coraggio dalla punta degli stivali del colono

Forza dentro i frantumi delle porte violate

Fermezza nel rosso sangue del rischio

Creare

Creare con occhi asciutti

Creare creare

Stelle sulla mazza del soldato

Pace sopra il pianto dei bambini

Pace sul sudore

pace sulla lacrima del “contrato” (@)

pace sull’odio

Creare

Creare con occhi asciutti

Creare creare

Creare libertà lungo le strade schiave

Ceppi d’amore per i sentieri paganizzati dell’amore

Suoni di festa sul dondolare dei corpi

Da forche simulate

Creare

Creare con occhi asciutti.

(@) il contrato obbligava i braccianti angolani ad andare a lavorare nelle piantagioni portoghesi

Terre offese

Terre offese dell’Africa

Nei lamenti lagrimosi dell’antico schiavo e del nuovo

Nel sudore avvilente dell’impuro batuche (@)

D’altri mari

Offese

Terre offese dell’Africa

Nello stordimento infame del profumo esalato

Dal fiore schiacciato nella foresta

Per l’immoralità del ferro e del fuoco

Terre offese

Terre offese dell’Africa

Nel sogno subito interrotto

Dal tintinnare di chiavi carcerarie

Nel riso soffocato e nel suono

Vittorioso dei lamenti

Nello splendore inconscio di sensazioni nascoste

Terre offese dell’Africa

Vive

in sé e con noi vive

Esse fervono in sogni ornati di danze

Di baobab su equilibri

Di antilope

Nell’alleanza perpetua di tutto ciò che vive

Esse gridano il grido della vita

Lo gridano

Anche i cadaveri restituiti dall’Atlantico

In putrida offerta d’incoerenza e di morte

E nella limpidezza dei fiumi

Esse vivono

Le terre offese dell’Africa

Nel ritmo armonioso delle coscienze

Nel sangue onesto degli uomini

Nel forte desiderio degli uomini

Nella sincerità degli uomini

Nella ragione pure e semplice delle stelle

Esse vivono

Le terre offese dell’Africa

Perché noi viviamo

Siamo le particelle indistruttibili

Delle terre offese dell’Africa.

(@) tutti gli strumenti a percussione dell’Africa sono chiamati così dai Portoghesi

In carcere

Qui in carcere

Scriverei come Hikmet

Se ti pensassi Marina

E quella casa e la nonna e il bambino

Qui in carcere

Farei come gli eroi

Se gagliardamente cantassi

Canzoni di guerra

Quelle del nostro popolo che abbatte la schiavitù

Qui in carcere

Farei come i santi

Se perdonassi loro le sevizie e menzogne

Con cui prendono al laccio la nostra felicità

Qui in carcere

Contenendo l’ira nel petto

Attendo pazientemente

Che le nubi si ammassino sopra la Storia

Nessuno impedirà che piova.

Antologia dal Diario dal carcere di Ho Chi Min, tradotto da Joyce Lussu

La rosa
La rosa s’apre, la rosa
appassisce senza sapere
quello che fa;
Basta un profumo
di rosa smarrito in un carcere
perché nel cuore
del carcerato
urlino tutte le ingiustizie
del mondo.


Il sole

Il sole del mattino

Penetra nelle celle

Dissipando le nebbie

Le ombre i fumi

Arriva dalla terra

L’aria vivificante

Di nuovo cento visi

Di prigionieri sorridono.

Dopo quattro mesi

“Un giorno di carcere

Mille anni fuori”

Questo antico proverbio

Non è vana parola!

Quattro mesi inumani

In fondo a questo carcere

Sono più di dieci anni

Passati sul mio corpo

Perché

Quattro mesi di fame

Quattro mesi di insonnia

Senza potersi lavare

Senza potersi cambiare

Di conseguenza

Un dente mi è caduto

Molti capelli sono bianchi

Nero magro affamato

Pieno di sfoghi e di piaghe

Fortunatamente

Sono paziente irremovibile

Non indietreggio di un palmo

Miserabile materialmente

Moralmente incrollabile.

Notte di luna

Che fare quando

si è in carcere senz’alcol,

senza un fiore

in una notte dolce

con un tempo stupendo?

Dallo spiraglio contemplo

La luna che splende

E lei guarda il poeta

Attraverso le sbarre.

La Macina

Stretto dentro la macina

soffre il seme di riso

ma passata la prova

guardate com’è bianco!

Così è pure degli uomini

nel mondo in cui viviamo:

il dolore matura

la nostra umanità.

La natura è bella
Pur con le gambe e i polsi
strettamente legati
ovunque sento uccelli
e il profumo dei fiori.
Ascoltare, aspirare
chi può togliermi quanto
fa la vita meno triste
l’uomo meno isolato?

La sera

Il passero stanco

Ritrova il suo nido nel bosco

Una nube erra lenta

Nel cielo solitario

Una fanciulla macina il mais

Al villaggio

Sul focolare d’argilla

Già s’accende una fiamma.

Contrasti

Senza il gelo invernale

Senza il lutto e la morte

Chi apprezzerebbe nel suo splendore

La primavera?

Il caso mi ha rimesso

in grembo alla malasorte

crogiolo per temprarmi

lo spirito e il cuore.

Al commissariato

Trascinato per tredici distretti

Del Kuang Si

Detenuto in diciotto prigioni

Miserabili

Che crimini ho commesso,

signori venerabili?

È un crimine amare

Il popolo e dedicargli la vita?

Poesia di lotta

Gli antichi si dilettavano

A cantar la natura:

fiumi, montagne, nebbia,

fiori, neve, vento, luna.

Bisogna armare d’acciaio

I canti del nostro tempo

Anche i poeti

Imparino a combattere!

Buoni e cattivi

Con gli occhi chiusi

Hanno tutti

Una faccia onesta;

li divide il risveglio;

diventano buoni e cattivi

Cattivi, buoni

Non si nasce tali per natura

Tali si diventa

È soprattutto l’educazione.

Il buon secondino

Mo, il secondino di Pin Yang

Famoso per la sua bontà

Dà da mangiare ai prigionieri

Pagando di tasca sua

La notte li fa slegare

Affinché possano dormire

Ascoltando il suo cuore

E non la sua potenza.

Il buon Kuò

Incontro meraviglioso.

Caso provvidenziale.

Il buon Kuò fu per me,

come dire?

Un fuoco di carbone

tra la neve notturna.

Ci son di questi cuori

Sotto l’arco del cielo!

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