Il colibrì di Sandro Veronesi, 2019

Di Veronesi avevo già letto, e non mi era dispiaciuto, La forza del passato, pubblicato nel 2000.

Il colibrì, fresco di Premio Strega nel 2020 e di cui è prossima la trasposizione cinematografica, l’ho letto velocemente e senza fatica, il che vuole essere un merito al libro e non un demerito, se si tratta di un romanzo di contenuti e di struttura interessanti.

La struttura e la forma: mi viene subito di parlare proprio di questo. Perché Il colibrì è un romanzo in cui i fatti, anche se non avvengono in successione cronologica, sono spalmati in un arco temporale che va dal 1959 al 2030.

Mi torna in mente un compito a casa che ci diede la prof di italiano a proposito de Il treno ha fischiato di Pirandello, che presenta una struttura analoga, in cui l’intreccio (ossia il racconto in sé come ce lo presenta l’autore) non corrisponde alla fabula (ossia il racconto nella successione cronologica degli eventi): noi dovevamo buttare giù la novella come l’aveva scritta Pirandello e rimontarla nella corretta sequenza temporale.

Facendo così, il romanzo di Veronesi comincerebbe a p. 43: Per tutta la sua infanzia Marco Carrera non si era accorto di nulla. Non si era accorto dei contrasti tra sua madre e suo padre…

Infatti, con sbalzi temporali e con più forme e voci narranti (dialoghi immediati, messaggi sul cellulare, lettere, narrazioni in terza persona), seguiamo la vita di Marco fino alla sua morte nel 2030, a settantun anni, in un futuro non troppo lontano, giusto il tempo per fare crescere la speranza di un mondo migliore per tutti.

Si va avanti e indietro nella narrazione, si anticipa quello che avverrà (come il suicidio di Irene, l’adorata sorella di Marco) e tuttavia il lettore non dovrebbe provare la sensazione di smarrirsi piuttosto entrare in empatia con Marco, l’uomo del terzo millennio, l’uomo nuovo, né inetto né superuomo, né nevrotico, anzi è uno che detesta la psicanalisi, benché tutte le donne della sua vita abbiano avuto lo psicanalista e non sbaglio a scrivere che un po’ di psicanalisi l’ha fatta anche lui, indirettamente, e anche un po’ direttamente attraverso l’amicizia, protrattasi nel tempo, con l’ex analista di sua moglie, il Dottor Carradoni, a cui, in svariate occasioni, ha chiesto supporto.

Marco è fondamentalmente un uomo buono e non è pieno di sé, qualche difettuccio (il vizio del gioco) ce l’ha, però ha diverse qualità (essere un buon padre, un buon fratello, un buon figlio, un buon nonno, un buon oculista), ma soprattutto è uno che ha subito urti di dolore tremendi, che l’hanno spostato di peso, sbattendolo letteralmente in un’altra vita e poi, considerate altre perdite subite, in altre vite alle quali ha dovuto adattarsi brutalmente e senza mediazioni.

Citando Beckett, come fa Veronesi: Non posso continuare, continuerò.

Marco è il colibrì, il soprannome che gli aveva dato sua madre perché non cresceva in statura come gli altri ragazzi, ma era piccolo e tuttavia ben proporzionato, agile e bello. Poi una cura ormonale, voluta a tutti i costi da suo padre, gli aveva fatto raggiungere un’altezza appena al di sopra della media, ma Luisa – la donna amata, inseguita, persa e mai trovata veramente – in una delle tante lettere che si erano scritti nel corso degli anni interpreta che lui è il colibrì perché mette tutta la sua energia nel rimanere fermo: settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei.

Il colibrì vola anche all’indietro e, pur essendo un volatore per eccellenza, può rimanere fermo anche sbattendo le ali.

Marco è un colibrì per la resistenza che ha nel non farsi travolgere dalla sofferenza che la vita gli ha dispensato. Qualsiasi cosa gli accada, la guarda in faccia e l’affronta con determinazione e forza: questo è rimanere fermi oppure volare? Direi che la risposta sta nel fatto che il colibrì non smette mai di sbattere le ali e, quindi, reagisce sempre.

La forza Marco la trova sempre in qualcosa che è altro da sé e che gli permette di sopravvivere e poi di continuare a vivere, seguendo la metafora del colibrì: sbattere le ali, vuoi per rimanere fermo oppure per volare. Non è mai veramente uno abbandonato da Dio, forse perché Dio non abbandona mai chi non vuole farsi abbandonare.

Uno dei capitoli più belli del romanzo è quello che si intitola Shokul and Co. (2012).

Comincia con “E infine venne.” per proseguire con sei pagine senza nemmeno un punto ma solo virgole. Lo stile in apnea di Veronesi tocca qui il suo apice: attanaglia il cuore nel suo crescendo di angoscia.

Lo squillo del telefono che ogni genitore teme che avvenga nel cuore della notte mentre i figli sono fuori, per Marco avviene una domenica pomeriggio. Adele, la figlia adorata, che da piccola soffriva di un disturbo percettivo, di natura ossessivo-allucinatoria, cioè pensava di avere un filo attaccato alla schiena, è morta, propria tradita da una corda che si è rotta durante un’arrampicata.

Lo psicanalista era convinto che quel filo che la tratteneva alle pareti e su cui Adele doveva girare intorno ogni volta che qualcuno le passava dietro, per impedire che si impigliasse, era dovuto al fatto che la piccola desiderava più il contatto con il padre che con la poco affidabile madre e infatti il disturbo era ritornato dopo il divorzio tra i genitori, quando Adele era andata a vivere in Germania con Marina. Anche in quel caso a liberarla dal filo era stato suo padre, che l’aveva presa con sé e riportata in Italia.

Il filo, però, ritorna nel romanzo nella sua materialità di corda e non la trattiene alla parete dalla quale precipita.

Il padre ha sempre liberato la figlia dal filo ma, quando questo doveva rimanere attaccato, si è rotto, ecco perché Marco disquisisce sul fatto che lui non ha perso sua figlia ma ha lasciato che morisse. Talvolta la separazione dai nostri cari è accompagnata dai sensi di colpa e reputiamo di non aver fatto abbastanza per trattenerli o di avere fatto passi sbagliati per farli andare via.

Ma è interessante la riflessione linguistica che fa Marco sul fatto che solo poche lingue (l’ebraico, l’arabo, il sanscrito, le varianti delle lingue africane e il greco moderno) hanno un sostantivo per definire chi ha perso un figlio: per gli Ebrei è shokul.

Il sostegno, dopo un lutto terribile, forse quello più estremo e intollerabile, la perdita di un figlio, sta nello sguardo della sua nipotina di due anni e mezzo, Miraijin, che lo fissa e sembra dirgli: ci sono io, devi sopportare ancora.

Adele era diventata mamma a ventidue anni di una bimba il cui nome in giapponese significa uomo del futuro, in questo caso donna, e che ha delle caratteristiche che assommano quelle europee, con quelle asiatiche e infine con quelle africane. Una bambina multietnica (che dà corpo alla più luminosa integrazione tra i popoli) e prodigiosa (fa sempre la cosa giusta), di cui tutti ignoreremo sempre il padre (tanto che viene da chiedersi se Adele lo sappia, ma ovviamente non ha importanza, perché quello che conta per lei è che a fare da padre a Miraijin sia il nostro fratello Marco).

Tutti in questo romanzo bevono la loro dose di dolore, ma Marco è il più perseguitato dalla sorte avversa, tanto che si chiede: Perché proprio a me? Perché proprio io?

D’un tratto l’illuminazione…

Ha tanto sofferto per un fine altissimo: consegnare al mondo la donna nuova.

Lo scopo della vita di Marco, come scrive nell’ultima lettera destinata all’amore della sua vita, Luisa, e che suona come una missione, è allevare la donna del futuro.

Lo credeva sua madre Adele e lo crede fermamente, adesso, anche Marco: l’umanità ricomincerà da Miraijin.

Forse ogni genitore crede e spera che il proprio figlio o la propria figlia riuscirà a cambiare il mondo. Il fatto è che Marco lo crede davvero fino alla fine dei suoi giorni.

Il corpo di Miraijin, anche da bambina, possedeva già l’ascendente del condottiero e la dote naturale di persuadere, sin da piccola era brillante negli studi e nello sport, aveva una vocazione naturale per tutto.

Ed era così geniale – era stato lei a confessarlo – perché sapeva imitare i suoi insegnanti.

Ma non sarà destinata a emergere nello sport o nel pianoforte – a questo pensa il benedetto dalla sorte, il nonno Marco – ma in qualcosa di più importante che non ha a che fare con la competizione, piuttosto con il riscaldamento globale e con l’aiutare i compagni meno dotati che rimangono indietro nell’apprendimento.

Miraijin leggerà libri che leggono i più grandi ma anche quelli della sua età, lo stesso farà con il cinema, anche se vedere un film in una sala cinematografica non apparterrà all’umanità del futuro e nemmeno Miraijin potrà impedirlo.

Però farà un suo canale su You Tube e diventerà un influencer, ma non si monterà la testa (come la Beatrice di Dante, Miraijin abbassa gli occhi quando le fanno un complimento) e coinvolgerà sempre più ragazzi a lottare per la pietà e la bontà e la cultura e la verità. La potenza della rete le permetterà di riuscire laddove tante generazioni hanno fallito.

Avrà un suo programma, Ricorda il futuro, e avrà anche una scorta, perché parlando di verità potrà risultare scomoda, visto che in tanti la seguiranno e vorranno cambiare il mondo e salvarlo. Suo nonno sarà fiero di lei.

Mi chiedo: Miraijin incarna di più la profezia del Veltro, fatta da Dante per bocca di Virgilio, ossia il cane che caccerà la lupa, simbolo dell’invidia e dell’avidità che sono la rovina del mondo – il Veltro si nutrirà di sapienza, amore e virtù – oppure l’attivista Greta Thunberg, che tutto il mondo conosce grazie al suo impegno per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico? Forse Greta è l’incarnazione del Veltro?

Non saprei rispondere.

Al momento non mi sento di essere ottimista in senso cosmico e considero il finale del romanzo di Veronesi una bella utopia, con il sipario che cala sulla morte per cancro di Marco, a settantun anni, ma guidata dalla regia di Miraijin che regala al nonno l’invocata eutanasia. Non solo, ma Miraijin si ispira al finale del bellissimo film Le invasioni barbariche diretto da Denys Arcand nel 2003.

Il capitolo svela apertamente la citazione poiché ha lo stesso titolo del film e racconta gli ultimi istanti di vita di Marco con le persone care che, su invito di Miraijin, sono venuti a dirgli addio: la sua ex-moglie (che è stata annientata dalla malattia mentale), il fratello Giacomo, l’amata Luisa.

L’amore assoluto non poteva mancare, un amore che si è nutrito di distanza, di assenza e di speranza nel prossimo appuntamento in Italia o in Europa, attraverso lettere e incontri clandestini, un amore mai consumato carnalmente per paura di esaurirlo.

La notte in cui Marco è uscito per la prima volta con Luisa, non è potuto stare con sua sorella Irene, che ha fatto quello che aveva annunciato di fare, ma con lei c’era Giacomo, che però, anche lui innamorato di Luisa e geloso che questa gli avesse preferito il fratello, aveva cercato l’oblio nel Rum e nella Nutella, non riuscendo a salvare Irene che Marco credeva sicura accanto a lui.

Forse da questo momento accade qualcosa che cristallizza l’amore e non lo porta alla sua realizzazione. Sia Luisa che Marco si faranno una loro vita di coppia e di maternità e di paternità, vivendo momenti felici e infelici nelle rispettive famiglie, ma continuando ad alimentare la fiamma dell’amore giovane, fresco, mai messo alla prova.

Forse Marco non si fidanza con Luisa per un inconscio senso di colpa per essere stato con lei mentre sua sorella andava a morire, per non essere riuscito a salvarla come aveva fatto la prima volta che Irene aveva tentato il suicidio.

Nella villa di Bolgheri, dove sono tutti riuniti per salutare Marco, a Giacomo scappano due singhiozzi, ma si ricompone subito, e Luisa dà al suo amato l’ultimo bacio, con la bocca, con la lingua, come lui avrebbe tanto desiderato, ma senza osare chiederlo.

La regia di Miraijin e l’interpretazione di Marco sono perfette perché il commiato non è né patetico né sarcastico né cinico.

Finalmente, dopo tanti tormenti e tormentati e vagonate di pessimismo, un romanzo che si conclude con l’ammissione di una speranza: credere nuovamente che il mondo possa essere cambiato dai giovani.

Per come sono fatta io, avrei chiuso il romanzo a p. 313, quando Miraijin era solo la speranza del prodigio che si nasconde in ogni vita e la possibilità per il colibrì di continuare a battere le ali.

Ci saremmo persi la morte del colibrì, ma se abbiamo visto Le invasioni barbariche non è una perdita devastante.

Ma forse queste quarantadue pagine fanno bene al cuore: un po’ di speranza non fa mai male.

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