Via dalla pazza folla di Thomas Hardy, 1874

Tra i romanzi di Thomas Hardy, Via dalla pazza folla è sicuramente quello più rasserenante, come la natura incontaminata del Dorset, dove è ambientato.

Anche se le passioni sconvolgono le vite dei protagonisti, il narratore onnisciente della storia risolve ogni vicenda dolorosa affidandola al ciclo della natura, alle sue stagioni e ai lavori dell’uomo, alla sua bellezza e pace liberatorie.

Forse è la natura del Dorset la grande protagonista e questo spiega, in parte, le riduzioni cinematografiche del romanzo, una del 1967 e l’altra del 2015, dove la fotografia fa da scenario incomparabile alle azioni dei protagonisti.

Ma è anche la storia, che non perde mai mordente e graffia fino al finale, e la caratterizzazione dei personaggi, così acuta e palpabile, che tentano i lettori di ogni tempo.

La lingua di Hardy è aulica e colta ma concreta nello stesso tempo. I suoi periodi sono dei ragionamenti solenni che guidano il lettore a comprendere i personaggi e a vedere, con la propria immaginazione, i luoghi descritti.

Nello scombussolamento della seconda rivoluzione industriale, Hardy ci porta via dalle città inglesi inquinate dai miasmi e popolate da un’umanità misera e lugubre e ci traferisce nelle campagne intorno al borgo di Weathebury (oggi Puddletown) dove anche la difesa dei covoni di grano dagli incendi e dai temporali estivi e la lavatura e la tosatura delle pecore vengono narrate come riti che celebrano i doni della terra senza i quali l’uomo non potrebbe vivere.

Il primo di giugno era tutto salute e colori. Ogni verde era giovane, ogni poro aperto e ogni stelo rigonfio di un urgente rifluire di linfe. Dio era tangibilmente presente nella campagna e il demonio se n’era andato col bel mondo in città.

Se Marguerite Yourcenar rileggeva Via dalla pazza folla una volta l’anno, non dico ogni anno come faceva lei, ma almeno una volta sola, di sicuro, vale la pena leggerlo.

Come recita il titolo, Via dalla pazza folla non è da interpretare come una fuga nel sogno o nell’immaginazione o in un altrove dove si può essere più felici, ma un radicamento dei protagonisti nella solidità dell’amore vero e in una quotidianità fatta di doveri semplici e di soddisfazioni e gioie legate a compiti che non si possono non assolvere e che sono il senso di ogni giornata. La pazza folla da cui si fugge è quella parte dell’umanità annoiata, anonima, convulsa, priva di significato o nella frenetica ricerca di uno possibile.

Alla fine del romanzo campeggiano i protagonisti principali, Gabriel e Batsceba, i quali finalmente, dopo le alterne vicende della vita, riescono a trovarsi in un solido affetto e in una buona intesa, affetto e intesa che si fondano sulla conoscenza, sia delle parti ruvide che delle parti migliori dei reciproci caratteri, e su un’affinità di interessi: il sentimento così composto dimostra di essere l’unico amore forte come la morte, quell’amore che molte acque non possono spegnere né diluvi sommergere, accanto al quale la passione che ne usurpa il nome è evanescente come vapore.

Gabriel Oak (che non smentisce il significato del suo cognome in inglese) è forte come una quercia: da pastore di un proprio gregge, per la fortuna avversa, ha perso tutte le sue pecore, ed è costretto a trovare un altro lavoro, ma la sua esperienza e professionalità sono grandi e non faticherà a trovarlo. Non viene descritto bello né affascinante, ma ha una biblioteca di otto libri che spaziano dalla letteratura – Robinson Crusoe e Il paradiso perduto – all’aritmetica e ai manuali veterinari; ha, inoltre, un grande senso pratico, una benevolenza innata, un forte controllo di sé.

Per la bella e bruna Batsceba prova un amore a prima vista, ma lei lo rifiuta, non ritenendolo socialmente alla sua altezza.

Batsceba è proprietaria di una fattoria, è una ragazza ricca e indipendente, piuttosto vanitosa, con qualche lato convenzionale – vuole essere ammirata ma anche essere dominata – tuttavia ha la testa sulle spalle ed è attenta all’amministrazione del suo patrimonio. Tutti gli uomini del villaggio l’ammirano e la desiderano, tutti tranne uno: William Boldwood, uno scapolo facoltoso, proprietario di una fattoria. Così, per un civettuolo capriccio, gli manda per San Valentino un biglietto anonimo su cui è scritto a lettere di fuoco: Sposami.

Dal momento in cui Boldwood scopre la provenienza di quel biglietto perde il senno e la pace. Se per un suo strano bilanciamento delle proprie pulsioni non aveva mai pensato all’amore, adesso diventa vittima di un’ossessionante passione che si chiama Batsceba.

La ragazza ne è mortificata e travolta, certo pentita del suo scherzo, ma la corte di Boldwood è così assillante e il senso di colpa così forte che promette di prendersi un tempo stabilito per decidere se diventare sua moglie.

Batsceba è più incastrata che innamorata e, quando nella sua vita arriva il sergente Frank Troy, gli si butta tra le braccia. Sembra una fuga dalla promessa fatta a Boldwood, ma Batsceba trova Franck davvero irresistibile.

Perché Troy è bello, seducente e, anche, ben istruito. Il caso o il destino lo ha condotto da Batsceba e non può che rimanerne abbagliato.

Nel capitolo XXVIII, La conca tra le felci, Thomas Hardy ci fa sedurre dal sergente Troy, che a sua volta incanta Batsceba sottoponendola a una prova di coraggio: le fa roteare la spada intorno al corpo senza sfiorarle la pelle ma riuscendole a tagliare una ciocca di capelli e strappandole un bacio alla fine della sua rutilante esibizione.

Tuttavia il lettore, come pure l’eroina del romanzo, si disincanta presto del sergente Troy, che una volta sposato con Batsceba si congeda dall’esercito, comincia a trattare male la moglie e ne sperpera il danaro nella più completa inettitudine e negligenza per la gestione del patrimonio della consorte.

Così Batsceba, dopo essersi invischiata nella malia dell’innamoramento che svapora sempre più, in balia degli umori di un marito violento e dissipatore, rimpiange la sua pregressa situazione di donna autonoma e indipendente: essersi sentita sufficiente a se stessa ed avere immaginato, nell’indipendenza del suo cuore di fanciulla, che vi fosse una certa degradazione nel rinunciare alla semplicità di un’esistenza verginale per divenire la metà più umile di una indifferente unità matrimoniale, erano fatti che ora ricordava con amarezza.

Ma i fatti incalzano in questo romanzo in cui tanto accade: ritorna, infatti, ma solo per morire di sfinimento e di parto, Fanny, il vero amore di Troy: la ragazza che un anno prima aveva sedotto, ma che avrebbe anche sposato se lei, quel giorno, non fosse andata nella chiesa sbagliata.

Il caso o il destino separa e riunisce gli amanti.

Il dolore di Troy e il rimorso per la ragazza e il suo figlioletto sono devastanti e il personaggio viene visto dai lettori sotto una luce meno impietosa.

La stessa compassione la riserviamo a Boldwood, sempre più folle e marcio della sua passione ossessiva, uomo fragile, incapace di sfuggire al male d’amore: male che lo porta ad uccidere il suo rivale e a entrare dentro la clausura di una prigione, dove forse farà pace con se stesso.

La natura segue il suo corso, indifferente agli stati d’animo delle persone che si dibattono tra passioni che fanno stare male.

Batsceba è ostaggio del rimorso per Boldwood, della gelosia per Fanny, del suo orgoglio calpestato da Troy che ha sempre avuto nel suo cuore una ragazza semplice e modesta – una cameriera – ma bellissima, più bella di lei.

Solo Gabriel, robusto come una quercia, solido e mai inaridito su posizioni irragionevoli, mantiene l’equilibro e resiste agli incendi e alle tempeste.

L’epilogo non è un previsto lieto fine, ma è preparato da più di 400 pagine in cui Gabriel e Batsceba si inseguono senza tuttavia incontrarsi.

Sempre vicini anche se lontani. Gabriel, prima pastore poi fattore di Batsceba, veglia sull’inquieta ragazza come un angelo custode, ma non si piega mai a lei, si fa chiamare e apprezzare nei momenti del bisogno, si fa considerare indispensabile e insostituibile.

Nessuno lo è, ma Gabriel sì.

E uno dei  ricordi che ci lascia questo grande romanzo, affresco di sentimenti dentro una natura più forte di ogni passione, è proprio di Gabriel, in una delle situazioni di emergenza in cui Batsceba l’ha chiamato con insistenza e alla fine lui è arrivato, come un salvatore.

Le pecore hanno mangiato il trifoglio. Si stanno gonfiando e fra poco moriranno tutte, dopo essere saltate in aria. Batsceba è disperata. I contadini non sanno cosa fare, nessuno può prendere in mano la situazione, solo Gabriel, che, alla fine, arriva con il suo arnese: lo strumento della salvezza.

Era un piccolo tubo, con una lancetta che ci passava dentro e Gabriel cominciò ad adoperarlo con un’abilità che avrebbe fatto onore ad un chirurgo d’ospedale. Passando la mano sopra il fianco sinistro della pecora e scegliendo il punto esatto, perforava la pelle dell’animale con la lancetta che si trovava dentro il tubo; poi ritirava rapidamente la lancetta mantenendo il tubo al suo posto. Dal tubo sfuggiva una corrente d’aria abbastanza violenta da poter spegnere una candela.

Quarantanove operazioni furono eseguite con successo.

Quando l’uomo, guidato dall’amore, ebbe terminato le proprie fatiche, giunse Batsceba e lo guardò in pieno viso.

– Volete rimanere con me, Gabriel? – gli chiese con un sorriso ammaliante, senza darsi la briga di ricongiungere perfettamente le labbra al termine del medesimo, perché presto ce ne sarebbe stato un altro.

– Sì, rimarrò – disse Gabriel.

Ed essa gli sorrise di nuovo.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Alcuni mesi fa ho letto Nel bosco (The Woodlanders, 1887), dove in effetti la natura la fa da padrona, non solo perché è resa in modo molto vivido e accurato, ma anche perché accompagna le passioni, gli amori e perfino le sofferenze dei protagonisti…. Lo stile di Hardy è davvero splendido, hai ragione, capace anche di alimentare sottili tensioni e aspettative nel lettore. Adesso ho in programma di leggere Tess dei d’Urberville, ma poi senza dubbio seguirà a ruota anche il romanzo che hai qui così magnificamente presentato. Complimenti!

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    1. Silvia Lo Giudice ha detto:

      Cara, sono così contenta di avere un tuo parere, mi mancava. Certo, io ho presentato il romanzo di Hardy più riappacifiacante..
      E con lieto fine. Il lieto fine non è scontato. Ti appresti a leggere un libro duro, atroce, e spero che ne parlerai. Dobbiamo assolutamente parlare di The Walden, di Thoreau. A presto, amica mia.

      Piace a 1 persona

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