Qui giacciono i miei cani di Gabriele D’Annunzio, 1935 (preceduta da una lettera di D’Annunzio a Eleonora Duse)

Questo scritto fa parte di una collana di autori vari, pubblicata da un corso di scrittura creativa, e dal titolo: MOMENTI IMMAGINATI DI VITE VERE.

Ghisola, Ghisola mia,

ultimamente ti vedo sempre più spesso in sogno oppure ti vedo per davvero. Non lo so, tanto è la stessa cosa.

Ma oggi, che è l’undicesimo anniversario della tua morte, ho tolto il velo dal tuo ritratto scolpito.

Ho più rimorsi che mai, non credere, perché so tutto, ho capito tutto. Sono stato quello che ho voluto essere. Ho seguito l’impero della ragione, della mia vita carnale, della mia sete di vita gioiosa. Solo un anno prima che tu morissi ho capito che nessuna donna mi aveva amato come te, Ghisola mia, né prima né dopo.

So tante altre cose che adesso ti dirò… Ascoltami, Ghisola, le mie parole ti siano fresche come il fruscio che fan le foglie…

Che foga creativa mi hai infuso, Musa mia adorata, Eleonora ribattezzata Ghisola, mia Divina, sempre rimpianta. Non ho mai scritto tanto come in quei dieci anni (forse meno?) in cui ci siamo amati.

Ti ho tradita, ti ho sfruttata e ti ho umiliata ma tu mi perdonavi sempre. Mi amavi tanto da sopportare ogni tradimento ed umiliazione.

Credi che non abbia capito, adesso, che tu investivi tutta te stessa e i tuoi soldi nel mio teatro e che il pubblico veniva per vedere te che recitavi e non per sentire le mie opere?

Mi amavi così tanto che accettavi di metterti in secondo piano per far emergere me.

E i tuoi ultimi pensieri lì, sola e malata, dove hai continuato a recitare fino alla morte, sono stati per me, e senza un’ombra di rancore. A Pittsburg, a migliaia di chilometri dal tuo adorato paese, fedele fino alla fine alla tua vita di attrice, hai seguitato a pensare a me.

Io ti avevo scritto l’anno prima della tua morte una lettera in cui ti confessavo di aver capito finalmente il mio amore per te e di amarti meglio di prima e di averti tanto baciato le mani con il pensiero da avertele consumate tutte.

Troppo tardi, Ghisola, amore mio, troppo tardi quelle parole, Ghisola bella.

In questo busto sei ancora giovane e bellissima e sarai sempre così nel mio ricordo.

Il giorno della ferale notizia ho pianto tutte le mie lacrime perché era morta la donna che non avevo meritato.

Dopo la tua morte ho scritto subito al Duce affinché provvedesse a far tornare al più presto la tua salma adorabile.

Ti ricordi quando ti scrivevo che ti desideravo sempre fedele e disponibile e che ti volevo possedere come ci possiede la morte, che ti volevo raccogliere come un fascio di denti di leone e poi soffiare su di te e disperderti al vento e discioglierti nel Gran Tutto che è il Pan?

Ti ricordi?

Ho settantadue anni e cado a pezzi. Mi sono ridotto a un bipede stercorario, soffro di emorroidi e di stitichezza, vedo da un occhio solo e sono sdentato, ho la sifilide, a te posso dirlo, ho un terribile prurito e cammino con un bastone. Sono diventato un uomo da nulla, inutile.

Non esco più dalla villa di Cargnacco. Guardo il lago provando a sfidare, davanti a quella bellezza, gli acciacchi della mia età e a ridere della mia miseria fisica.

Mi aggiro dentro la villa circondato dai miei oggetti come dentro un museo oppure dentro una tomba.

Gli amici sono morti e, quelli che si professano tali, vengono a trovarmi di rado e solo per chiedermi soldi.

E tuttavia continuo a fare sesso a pagamento: è l’unica cosa che mi fa sentire vivo. Anche scrivere mi fa sentire vivo, ma ormai la mia poesia può solo celebrare la Morte e non la Vita, come quando ti amavo.

Spesso vado a visitare il cimitero dei miei cani, i miei adorati levrieri.

Giorni fa ho buttato giù dei versi, come certi schizzi che fanno i pittori, e gli ho trovato anche un titolo: Qui giacciono i miei cani. Uno strano titolo che suona come un epitaffio, dedicato ai miei adorati animali ma anche a me medesimo, che mi identifico con loro. C’è una corrispondenza tra me e i miei ormai inutili cani.

Sia i miei cani morti che io stesso siamo oramai fedeli al nostro unico padrone, che è l’Ozio: non possiamo fare più nulla, loro perché sottoterra ed io sepolto vivo.

Mentre infilzavo gli aggettivi per i miei cani, mi si affollavano nella mente altre immagini che potevo inserire in quella metafora degli inutili levrieri: ossia di persone stupide e infedeli che non ero riuscito ad allontanare da me.

Però impudichi è stato l’aggettivo più appropriato che ho associato ai cani.

Ghisola, tu sei la donna che mi conosce meglio: sai che mi sono compiaciuto della mia impudicizia.

Mentre mi aggiravo tra le tombe dei miei splendidi cani, mi sembrava di sentirli rosicchiare, senza interruzione, le loro ossa fino a svuotarle del midollo.

Ho tradotto questa immagine con il suono: rosicchiano sotterra, rodono gli ossi i lor ossi, non cessano di rodere i loro ossi.

E quest’allitterazione mi è sembrata l’immagine del disfacimento della vita e la canzone della morte, tanto che mi è venuto in mente di associare le ossa dei cani alla fistola di Pan: un flauto che potrei costruirmi da solo senza usare né la cera né il lino per tenere insieme le canne.

Ed ecco che il nostro Pan, l’unico dio che non è morto, il dio della felicità cosmica a cui tutti gli uomini vogliono unirsi, è tornato a suonare per me, ma non ha più suonato le ore dell’incanto del pomeriggio né la nostra fuga nel bosco durante la pioggia, quando siamo diventati altro da noi e ci siamo congiunti con la Natura universale.

Se il Pan è tutto, e se anche la morte è il tutto – e non può che essere così, infinita come la vita –  con il mio flauto di Pan ho celebrato la morte.

E’ chiaro più che mai: per quanto possiamo adoperarci, siamo rivolti al Nulla, dove non ci sono gesta eroiche né innamoramenti né seduzioni di donne né estasi paniche.

Già dal momento della nascita siamo destinati a questo: morire e a finire per avvertire di fronte all’essere che siamo stati lo sgomento del vuoto e del nulla.

Ogni bimbo appena nasce comincia a succhiare il dito dell’uomo che sarà, una volta morto e seppellito.

Davanti alla morte io sono come i miei cani, che rosicchiano il loro nulla.

Ogni uomo è il cane del suo nulla.

A te, Ghisola, a cui volevo soffiare sopra per disperderti nel Gran Tutto che è il Pan, questi miei ultimi versi. Uniti per sempre saremo nella morte e nel nulla, che sono l’altra faccia del Tutto che ci ha uniti.

Qui giacciono i miei cani

gli inutili miei cani,          

stupidi ed impudichi,

novi sempre et antichi,

fedeli et infedeli

all’Ozio lor signore,

non a me uom da nulla.

Rosicchiano sotterra

nel buio senza fine

rodon gli ossi i lor ossi,

non cessano di rodere i lor ossi    

vuotati di medulla

et io potrei farne

la fistola di Pan

come di sette canne

i’ potrei senza cera e senza lino     

farne il flauto di Pan           

se Pan è il tutto e se la morte è il tutto.

Ogni uomo nella culla

succia e sbava il suo dito

ogni uomo seppellito

è il cane del suo nulla.

Nella villa del Vittoriale degli italiani, nel 1979, l’allora giovane critico letterario Pietro Gibellini ritrovò questa poesia, buttata giù a matita e conservata dentro un volume ottocentesco di viaggi scritto in francese.

E’ stata pubblicata nel 1982 nell’introduzione all’ultima edizione per Mondadori delle poesie di D’Annunzio.

La lettera di d’Annunzio alla Duse è pura immaginazione.

ANALISI DELLA POESIA

Per facilitarne l’analisi, la poesia può essere divisa in quattro strofe di versi prevalentemente settenari.

Il poeta sta per varcare la soglia del cimitero dei suoi cani al Vittoriale.

L’incipit della poesia suona come un epitaffio scolpito sull’arco d’ingresso: Qui giacciono i miei cani.

Mentre si aggira tra le tombe degli amati animali, riflette su di loro con disincanto, tanto da farci pensare che non stia pensando ai suoi adorati cani, ma stia facendo altre associazioni.

La sola corrispondenza inequivocabile è quella tra i cani, oramai sottoterra, forzatamente inutili, e fedeli solamente al loro padrone che è l’Ozio, e il poeta stesso, ormai vecchio e uomo da nulla, reso forzatamente inutile e ozioso dagli acciacchi della vecchiaia.

D’un tratto la poesia si fa sonora perché il poeta percepisce un suono che arriva dalla tombe: è un rodimento, un rosicchiamento. Sono i cani che nel buio sono intenti a rosicchiare i loro ossi fino a svuotarli del midollo.

L’immagine dei cani acciambellati a rosicchiare le loro ossa, terribile e cruda, come quella di un cane che per l’eternità si morde la coda, gli fa venire in mente, con un’analogia molto incisiva, che con gli ossi dei suoi cani, ormai svuotati dal midollo, potrebbe farsi uno strumento musicale come quello che era solito suonare il dio Pan: una siringa o un flauto o una fistola, sono tutti sinonimi. Gli bastano sette ossa, o canne, per costruirselo in maniera molto rudimentale, senza utilizzare né la cera né il lino.

E il suo pensiero vola subito a quello che Pan rappresenta oltre alla musica: Pan è il Tutto e se è il Tutto è anche la Morte.

La quartina finale della poesia è la celebrazione e il trionfo della morte e del nulla attraverso la musica delle rime incrociate, melodia che ha preso in prestito dal flauto di Pan, il quale è stato fatto con gli ossi dei suoi cani i quali giacciono sottoterra a rosicchiare le loro ossa.

Se il cane continua il suo moto perpetuo di rosicchiare gli ossi – in questo caso i suoi ossi – l’uomo dentro il buio e la polvere della tomba si succhia il dito, come quando è appena nato e, dal quel momento, è rivolto alla morte e al nulla eterno.

L’uomo dopo la morte è destinato a essere il cane del suo nulla. Tutto il vitalismo estetizzante, la luce estiva dell’Alcyone, sono ingoiati da una notte nera che d’Annunzio guarda con gli occhi spalancati.

Qui giacciono i miei cani (1)

gli inutili miei cani,      (2)    

stupidi ed impudichi,

novi sempre et antichi,

fedeli et infedeli

all’Ozio lor signore,

non a me uom da nulla. (3)

Rosicchiano sotterra (4)

nel buio senza fine

rodon gli ossi i lor ossi,

non cessano di rodere i lor ossi    

vuotati di medulla

et io potrei farne

la fistola di Pan (5)

come di sette canne

i’ potrei senza cera e senza lino     

farne il flauto di Pan (6)    

se Pan è il tutto e

se la morte è il tutto.

Ogni uomo nella culla (7)

succia e sbava il suo dito

ogni uomo seppellito

è il cane del suo nulla.

Gabriele D’Annunzio, 31 ottobre 1935

(1.epitaffio: ossia il verso sembra inciso sulla porta del cimitero)

(2. non tutti gli aggettivi attribuiti ai cani sono ragionevoli: i cani non sono inutili – lo sono adesso perché sono morti – né stupidi né tanto meno infedeli: la scelta di questi aggettivi ci fa riflettere: non saranno i cani una metafora di tutto ciò che un uomo si illude di avere? Gli unici aggettivi pertinenti sono: impudichi, perché è risaputa l’impudicizia dei cani, soprattutto nell’accoppiamento, e novi e antichi: ogni cane è nuovo come personalità ma antico come archetipo)

(3. il Vate, Superuomo, è atterrato dalla vecchiaia e dalla malattia: il poeta si definiva in quegli anni bipede stercorario, monocolo sdentato: l’uom da nulla potrebbe essere un superuomo rovesciato)

(4.allitterazione che vuole richiamare il suono del rosicchiamento)

(5. Chi è Pan? Un dio non olimpico greco, che rappresenta la natura primordiale e selvaggia e ispira l’ebbrezza irrazionale, fonte di gioia di vivere. Nato da Ermes e da una ninfa, Pan, metà uomo e metà capro, è il dio del mondo incontaminato dei pastori. Con il suo flauto rende liete le lunghe giornate estive, in compagnia delle altre divinità agresti, i satiri e le ninfe. Il suo terribile grido, però, può spaventare e gettare nello smarrimento chi lo ode: questo è il panico, il contrario della sensazione di felice fusione descritta invece attraverso il panismo, che è la fusione con la natura. Come si arriva dal terrore alla felicità collegata al dio Pan?
Perché l’etimologia che accosta Pan all’aggettivo «tutto» è piuttosto diffusa nell’antichità ed è anzi all’origine della trasformazione religiosa che il dio subisce in età tardo-antica e cristiana. Pan diviene una divinità naturalistica che simboleggia il mondo intero e la natura nei suoi aspetti più incontaminati, il ‘tutto’ universale a cui l’uomo tende a unirsi.

(6. Il flauto o siringa o fistola di Pan esprime la poesia, che in questo momento della vita di d’Annunzio può solo celebrare la morte e il nulla: lo strumento è infatti costruito con ossa spolpate di cani morti. Se Pan rappresenta il Tutto, rappresenta sia la vita che la morte e il nulla: il nichilismo è l’altra faccia del vitalismo. Pan e la Morte sono accumunati dal sostantivo il Tutto.)

(7. Gli ultimi versi possono essere letti come un’unica quartina a rima incrociata. C’è un’evidente corrispondenza tra il cane e l’uomo poiché dentro la polvere e il buio della tomba, se il cane continua il suo moto perpetuo di rosicchiare gli ossi – in questo caso i suoi ossi – l’uomo si succhia il dito, come quando è appena nato e, dal quel momento, è rivolto alla morte e al nulla eterno.

L’uomo dopo la morte è destinato a essere il cane del suo nulla. Tutto il vitalismo estetizzante, la luce estiva dell’Alcyone, sono ingoiati nel gorgo di una notte nera che d’Annunzio guarda con gli occhi spalancati.)

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