17. VITA DI VITTORIO ALFIERI, LA MORTE DI UN TITANO

L’abate Tommaso di Caluso è un caro amico di Alfieri, conosciuto a Lisbona in uno dei suoi tanti viaggi. A lui è affidata la conclusione di questa bella autobiografia ed è scritta in forma di lettera indirizzata alla Contessa d’Albany e aggiunta alla Vita per dar compimento all’opera col racconto della morte dell’autore.

L’amicizia tra Alfieri e l’abate di Caluso risale all’epoca terza, ossia alla giovinezza dell’autore, quando ancora non aveva scoperto il degno amore che lo allaccerà per sempre, quello per Luisa, contessa d’Albany, né la vocazione poetica, quella che lo libererà dall’ignoranza e dall’ozio di una vita segnata dalla dissipazione – intesa non solo come dispersione delle sostanze economiche ma anche delle risorse dell’intelletto – e appesantita da quella malinconia che nasce dal proprio vuoto interiore.

E’ durante una delle dolcissime serate passate con l’abate che Alfieri, sentendo leggere all’amico una lirica, prova nel piú intimo della mente e del cuore un impeto veramente febéo, di rapimento entusiastico per l’arte della poesia; il quale pure non fu che un brevissimo lampo, che immediatamente si tornò a spegnere, e dormì poi sotto cenere ancora degli anni ben molti.

Alcune stanze di quella canzone mi trasportarono a un segno indicibile, talché il buon abate si persuase e mi disse che io era nato per far dei versi, e che avrei potuto, studiando, pervenire a farne degli ottimi. Ma io, passato quel momentaneo furore, trovandomi così irrugginite tutte le facoltà della mente, non la credei oramai cosa possibile, e non ci pensai altrimenti.

Il poeta letto dall’abate di Caluso, e che tanto ha entusiasmato e commosso Alfieri al punto da far congetturare all’amico Tommaso una possibile sua propensione per la scrittura in versi, era sconosciuto perfino allo stesso Alfieri: Alessandro Guidi, morto nel 1712. Ma non lo sarà per Giacomo Leopardi che, pur riprendendo dal Guidi, che l’ha adottata per primo, la canzone a strofe libere, dà del poeta arcadico un giudizio tanto sicuro quanto impietoso: tutte quante le sue canzoni sono coperte si può dire ugualmente di uno strato di perfetta e formale mediocrità e freddezza.

Quando il Guidi, secondo il suo desiderio, è seppellito nella chiesa di Sant’Onofrio sul Gianicolo, accanto alla tomba di Torquato Tasso, questa collocazione è oggetto di un severissimo giudizio da parte di Leopardi: come si fa, avrà detto il giovane favoloso, a mettere vicini poeti di levatura così diversa?

Ma ecco che io oggi mi trovo a parlare di Alessandro Guidi, parlando di altri geni che sono passati attraverso di lui: Alfieri per esserne stato folgorato e Leopardi per aver ripreso la canzone a strofe libere adottata per primo da quello che è per noi uno sconosciuto poeta.

Tornando alla morte di Alfieri, il tracollo fisico comincia, nella primavera del 1803, dalla gotta o podagra, che il poeta prova a curare mangiando di meno. Malgrado la compagna lo esorti a nutrirsi di più, il suo dimagrimento è sempre più evidente.

La gotta – una volta la malattia dell’opulenza, poiché associata ad una dieta ricca di carni, formaggi e dolci e, quindi, appannaggio dei ricchi – è determinata da un’eccessiva presenza di acido urico nel sangue, che porta ad un’infiammazione acuta e dolorosa localizzata alle articolazioni.

Alfieri, nonostante i dolori e la debolezza generale, continua a studiare e a lavorare sulle sue opere, temendo di non fare in tempo a perfezionarle. Lo studio diventa ormai la sola dolcezza della stanca e penosa vita.

Ma non si rassegna a stare a casa e continua a uscire fino agli inizi di ottobre, quando sopravvengono fortissimi dolori di pancia.

Alle articolazioni sofferenti, soprattutto quelle del piede, vengono posti dei senapismi ovvero impacchi per stimolare la circolazione sanguigna negli strati più superficiali della pelle. Per calmare il dolore diffuso gli viene somministrato l’oppio.

Questo farmaco, nonostante lenisca i lancinanti dolori, non lo induce a mettersi a letto, anzi per tutta la notte la sua mente fervida è attraversata dai ricordi del passato, ma anche da un buon numero di versi greci di Esiodo che ripete a voce alta.

Gli siede accanto Luisa, la testimone di questa agonia devastante negli effetti immaginabili. E’ la donna che poi chiede all’abate di raccontarla, per interposta persona.

Alfieri tuttavia non sembra pervaso dalla consapevolezza della morte imminente, anzi, quando al mattino Luisa si allontana momentaneamente da lui, senza alcuna prescrizione medica, prende olio e magnesia, rimedi per liberare l’intestino.

Essendosi curato da principio la gotta da solo pensando di eliminarla assumendo poco cibo, vuole purificare il suo organismo per sentirsi meglio.

La Contessa, al suo ritorno, lo trova in piena crisi respiratoria.

Alzatosi dalla sedia su cui era rimasto seduto, Alfieri si avvicina al letto e vi si appoggia: in quello stesso istante gli si oscura la vista e spira.

Ha cinquantacinque anni.

E’ sepolto a Firenze nella basilica di Santa Croce dentro un sepolcro commissionato dalla sua compagna a Canova, non lontano da quello di Michelangelo.

Foscolo ha cantato nel carme de I sepolcri, con orgoglio italico, tutti i grandi italiani sepolti a Santa Croce e che sono, oltre ai menzionati, anche Machiavelli e Galilei, e più in là nel tempo, lo stesso Foscolo.

Vita di Vittorio Alfieri, 1803 (pubblicata postuma a Londra nel 1806)

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