Fedra di Jean Racine, 1677

Fedra1

Nell’atto IV, scena III, Fedra arriva al culmine del suo dolore:

Ah! Douleur non encore éprouvée!

A quel nouveau tourment je me suis reservée!

Tout ce que j’ai souffert, mes craintes, mes transports

La fureur de mes feux, l’horreur de mes remords

Et d’un refus cruel l’insupportable injure

N’était qu’un faible essai du tourment que j’endure!

In questi versi di Racine  – il drammaturgo francese si rifà a Euripide e Seneca ma li rivisita secondo una morale cristiana – c’è la cronaca dolorosa delle vicissitudine di Fedra: l’amore impossibile per il figliastro Ippolito, l’orrore per quest’amore riprovevole indirizzato al figlio di suo marito Teseo, l’umiliazione cocente per il rifiuto di Ippolito, dopo che la donna gli ha confessato la sua passione per lui.

Tutta questa sofferenza non è stata che un piccolo assaggio del dolore rispetto al furore della gelosia che adesso l’atterra. Ippolito, non solo l’ha rifiutata, ma ha osato aprire il suo cuore orgoglioso e inespugnabile a una fanciulla di nome Aricia.

Fedra ci conferma che la gelosia è, tra i dolori, il peggiore. E’ quello che ci spinge ad essere quello che non vorremmo: sleali, bugiardi, traditori.

Fedra non esita a seguire i consigli della fedele Enone per salvarsi da Teseo dall’accusa di un amore colpevole e fa sì che l’innocente Ippolito venga accusato di un sentimento ignominioso nei suoi confronti che gli costa l’esilio dalla casa paterna e la morte invocata dal padre Teseo al dio Nettuno.

Non sono io che lo amo, ma è lui che mi insidia: Teseo crede alla moglie piuttosto che al figlio.

Ippolito, vittima di Fedra, viene strappato prematuramente alle gioie dell’amore corrisposto per Aricia.

Anche Enone, la consigliera, è indirettamente vittima di Fedra. Si ammazza dopo aver capito il suo errore.

Troppo debole per resistere all’amore impossibile, troppo debole per assumersi le sue responsabilità, troppo debole per accettare di vivere nella colpa e nel rimorso, Fedra si suicida con un potente veleno.

Il suo amore è parente del male e Fedra è una donna che pecca e sa di peccare, tuttavia non sopporta di vivere per punirsi con la vita stessa e, vigliaccamente, se la toglie.

L’amore di Fedra in Racine è la negazione dell’amore, è un demone dell’anima che non può essere esorcizzato se non con la morte vigliacca, è un accanimento superbo, è un istinto autolesionista, è l’annullamento della propria felicità e di quella degli altri, è un sentimento assassino, è quanto di più realistico sia mai stato descritto da penna umana.

Indimenticabile l’interpretazione della grande Mariangela Melato al teatro Eliseo nel 2000.

 

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Anastasi ha detto:

    Fedra è consapevole che la sua è una passione colpevole, è lei stessa che si condanna. Racine, da buon giansenista, condanna alla morte o alla follia i personaggi delle sue tragedie che sono vittime delle loro passioni, che non hanno quell’equilibrio che gli autori del classicismo francese mettono al primo posto come qualità dell’essere umano.

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