Un cuore in inverno, 1992

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Un cuore in inverno è un film diretto da Claude Sautet, ispirato alla novella La principessina Mary in Un eroe del nostro tempo (1840) di Lermontov: uno di quei casi in cui non viene voglia di leggere la fonte per paura di guastare l’emozione del film o, nel migliore dei casi, di sovrapporla e di creare una collusione tra le due impressioni.

E’ quando si dice: non voglio sapere altro, voglio ricordare solo quello che ho visto e sentito. Dopotutto scrivo solo di film che mi hanno coinvolta e questo mi è ritornato in mente ascoltando Ravel, la colonna sonora dell’opera, in particolare il Trio per piano, violino e pianoforte.

La trama è sobria e lineare. Due liutai, conosciutisi al tempo del conservatorio, sono adesso soci e sul lavoro si intendono senza bisogno di molte parole.

Maxime è fidanzato con Camille, una violinista bella e talentuosa. Stephane si insinua nella coppia, portando lo spettatore a percepire la sua ambigua naturalezza come un possibile corteggiamento della ragazza. Camille ne è attratta, perché Stephane ha il fascino dell’uomo sfuggente e la solidità di chi sa capire una donna così come accorda un violino.

Sono l’una l’opposto dell’altro: solare ed estroversa Camille, serio e chiuso Stephane. E Camille che fa il primo passo, dando per scontato che l’altro, per un’eccessiva prudenza, non l’avrebbe fatto.

Prima fa una premessa in cui dice che ne ha già parlato con Maxime della loro reciproca attrazione poi, colma di un ardore percepibile dalla luce della pelle e degli occhi, si dichiara: io ti desidero.

La risposta di Stephane è una secchiata d’acqua gelida sul fuoco: io non ti amo.

La rabbia imporpora il bel viso di Emmanuelle Béart (bravissima nella sua passionalità) e Daniel Auteuil (bravissimo nella sua imperscrutabilità) rimane impassibile mentre confessa: ho pensato di sedurti, ma non per amore, solo per fare un dispetto a Maxime.

Camille non può accettare di essere rifiutata e di essersi sbagliata su Stephane. Aveva capito che si comportava come se le emozioni non esistessero, ma era disposta ad accettarlo così com’era, preparata a valicare quel muro che Stephane ha messo tra sé e i sentimenti, pronta a svegliarlo dal suo letargo. Era convinta che il suo atteggiamento freddo fosse una solo una posa.

Adesso Stephane le confessa di non avere accesso a certi sentimenti e non le dà alcuna possibilità di replica. L’unica emozione che si concede è la musica, perché è un sogno e non c’entra con la vita.

Camille è annientata dall’orgoglio e dalla delusione. Si prende una bella sbornia e, dopo aver vomitato tutto, parte alla riscossa: truccata e più bella che mai aggredisce verbalmente Stephane in un ristorante, dove lo scova a cena con un’amica (amicizia è una parola forte per Stephane e Camille la modula: un logico interesse di entrambi).

Lui l’ha umiliata e lei fa altrettanto, facendolo vergognare – perché tutti si voltano a guardarli – e facendosi cacciare dal locale, ma prima ha detto tutto quello che doveva dirgli: tu non sei niente, non hai cuore, non hai fantasia, non hai i coglioni.

Quella sbandata l’ha fatta stare male, ma Camille ha la musica, le tournée, Maxime, che è disposto a riprendersela, perché la ama veramente, anche se è un uomo controllato e non impulsivo, uno che guarda, osserva e poi agisce. Chiude il triangolo e ne è la punta, perché sta al di sopra, come se sapesse già tutto.

L’unico che ha fatto male a se stesso è Stephane. Ha sempre voluto credere che l’amore è letteratura, la quale è piena di belle frasi e di sentimenti che funzionano. Ma la letteratura è sogno, come la musica.

Sulla sua fragilità ha costruito una corazza per non provare dolore e rifugiarsi nei suoi sogni.

Ma quando dopo il concerto, prima della sua dichiarazione, Camille gli aveva confessato di aver suonato solo per lui, Stephane, d’un tratto, aveva provato un’emozione e  perso il controllo della macchina, ma si era ripreso subito, accusando l’altro automobilista di aver invaso la sua corsia.

Quel controllo è il rigore che ha imposto al suo sistema di vita e deve continuare così, solo che adesso ha intravisto la possibilità di amare e il pericolo dell’invadenza dell’amore.

Certo è un gesto d’amore e di coraggio l’iniezione di morfina che fa al suo maestro di violino per sottrarlo all’inutile sofferenza di una malattia incurabile.

E quando ritrova una Camille ormai placata e riconciliata, riguardo al maestro le confessa: Ho creduto a lungo che fosse l’unica persona che amassi. Camille fa finta di non capire o non capisce davvero chi potrebbe essere l’altra persona che lui ha amato: il suo sentimento per Stephane l’ha svuotata e ha perso per lui ogni interesse.

Dalla macchina, mentre si allontana con Maxime, gli rivolge uno sguardo impietosito, Stephane la ricambia con gli occhi pieni della solitudine che lo aspetta, custodendo nel cuore un amore congelato che non svanirà mai.

Le note di Ravel, che accompagno le sequenze finali, lasciano la malinconia di un sogno che non si è realizzato.

Con questo film elegante e perfetto, girato come un romanzo introspettivo, Claude Sautet, allora settantenne – è morto nel 2000 – ha vinto il Leone d’argento al Festival di Venezia del 1992.

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Maria Teresa Anastasi ha detto:

    Bel film, ricordo che mi piacque molto

    Mi piace

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