Uno nessuno e centomila di Luigi Pirandello, 1926

uno nessuno e centomila

In questo monologo dirompente sulla divisione dell’io, sulla sua solitudine, sull’incomunicabilità che governa la vita, dove ognuno, appunto, vive la realtà del suo mondo, che non è quella degli altri, Pirandello è sempre sorprendente, anche quando ripete all’infinito le sue tesi sulla molteplicità dell’uno e sull’impossibilità dell’unicità.

Sorprendente perché riesce a inserire  brani narrativi e descrittivi di grande vigore in questo romanzo-saggio, che è un po’ la sintesi delle sue tematiche, una sorta di testamento spirituale.

A parlare in prima persona è Vitangelo Moscarda, che ha ventotto anni, una vita agiata, una moglie leziosa e forse un po’ affezionata. Tutto sembra accettabile, ma Vitangelo ha l’attitudine a trovare sempre sassolini sul suo cammino e a trasformarli in montagne invalicabili.

Così, un giorno, quando la moglie gli fa osservare che il suo naso gli pende da una parte, Vitangelo mette in crisi tutta la sua vita: comincia a scavare, come una talpa nella tana, gallerie nel suo spirito e in quelle gallerie va a tentoni, abbagliato, a tratti, dalla folgorante e tetra luce della mente.

Se sua moglie gli ha scoperto il naso storto, è segno che Vitangelo non si è visto fino a quel momento come gli altri lo vedono. Il problema, dunque, sono gli altri, che ci danno una realtà che non è la nostra, ma quella che a loro piace darci, così Vitangelo per sua moglie è Gengè, una marionetta leziosa al pari di lei, e per gli altri sarà qualcun altro, perché ognuno ci vede a suo modo, ma come ci vediamo  noi non ci vede nessuno: come noi siamo veramente, siamo nessuno per gli altri.

Pirandello non crede possibile che qualcuno ci veda come noi ci vediamo, che questo qualcuno possa incontrare, capire, condividere la nostra realtà, allora l’unica soluzione per essere uno per tutti è quella di essere nessuno per sé, annullando la propria personalità, alienandosi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori: albero, nuvola, vento, morire in ogni attimo e rinascere nuovo e senza ricordi.

Il naso storto mette in moto il meccanismo dell’annullamento come unica soluzione alla dispersione dell’io nell’impossibilità di essere uno per sé e per gli altri. Soluzione estrema, dunque.

Pirandello-Vitangelo insiste sull’impossibilità di vedersi vivere, perché la vita è dinamismo e fermarsi è la morte o l’inautenticità di una posa fotografica.  Moscarda infatti non sa chi è lui per se stesso, però non vuole più essere quello che lo credono gli altri nell’immaginaria città di Richieri (forse Palermo), cioè un usuraio che vive dei proventi della banca che gli ha lasciato il padre e dove lavorano i suoi zelanti amministratori, sollevandolo da ogni responsabilità. Vuole uscire fuori da quella comoda consistenza da marionetta che gli altri gli hanno dato.

Così si spoglia di tutti i suoi averi donandoli per opere di beneficenza, appena in tempo per sfuggire all’interdizione proposta dai parenti e dai soci della banca.  Perde la moglie Dida, che non lo riconosce più, e si presenta agli occhi di tutti con la divisa dell’ospizio, il suo, frutto delle sue donazioni, dove è andato a vivere in una nuova esistenza di nullità, l’unica possibile, essendo fallito un incontro erotico-sentimentale con Anna Rosa, amica di sua moglie Dida, che entra in contatto con lui per metterlo in guardia dalla minaccia dell’interdizione.

Personaggio femminile singolare, questa Anna Rosa. A venticinque anni ancora vergine, perché non accetta un matrimonio per convenienza, ardita tanto da osare essere se stessa; tuttavia, nella sua inquietudine e tormento, ha paura di Vitangelo, paura dell’abisso che questo le presenta davanti agli occhi e che forse solo da quell’abbraccio che lei ha interrotto avrebbe potuto essere colmato.

La piccola rivoltella di Anna Rosa con l’impugnatura di madreperla ha un ruolo non secondario nello svolgimento del romanzo.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Pirandello è un “grande”, e con questo romanzo ha reso molto bene il problema delle identità fittizie che ci attribuiscono gli altri. Mi hai fatto venire voglia di rileggerlo 🙂

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    1. Silvia Lo Giudice ha detto:

      Dici bene. Per me è uno dei vertici della letteratura europea del Novecento. Sono contenta che tu abbia voglia di rileggerlo. Avevo pensato, ma non so quanto durerà quest’idea, di fare una pagina dedicata solo alle novelle per un anno. Intanto l’intenzione c’è, poi si vedrà se c’è anche la voglia.

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