L’amica geniale di Elena Ferrante, 2014 • L’amica geniale • Storia del nuovo cognome • Storia di chi fugge e di chi resta • Storia della bambina perduta

Ferrante

Elena e Lila o ti appassionano dalle prime pagine o le abbandoni subito, ma, se ti appassioni, non le molli più, come faresti con due amiche brillanti che ti fanno compagnia, di cui sai tutti i segreti e vorresti saperne ancora.
Una quadrilogia di 1630 pagine: è, dalla prima all’ultima riga, pure piacere di raccontare. Piacere che si prende Elena, che ci consegna il suo punto di vista, ma anche quello di Lila, senza il suo filtro, come se fosse Lila stessa a narrarsi.
Quando chiudi il quarto volume, ti chiedi: adesso come faccio senza Elena e Lila?
Puoi solo sperare che la Ferrante abbia lasciato un finale aperto proprio per raccontarci l’ultima parte della loro vita oppure per farla raccontare da un testimone.
Nate nel 1944, le ragazze della Ferrante attraversano la storia d’Italia fino a raggiungere il secondo millennio e l’età di sessant’anni.
Dunque… la loro vita può avere un seguito e i fan della scrittrice, che sono tanti, soprattutto nel mondo anglosassone, se l’aspettano.
Ma anche così, può bastare: Elena e Lila non si dimenticano facilmente.
Il loro rapporto è più di un’amicizia, è ovviamente un grande amore, è un legame che si nutre di generosità e di rivalità, di complicità e di sfida, di emulazione e di solidarietà, di ammirazione e di invidia: se una è il vampiro dell’altra, poi si scambiano i ruoli e ogni volta si convincono che devono riconoscere il fascino dell’altra senza soffrirne.
Insomma, sembra che Elena non possa vivere senza Lila e Lila senza Elena, che la luce dell’una illumini la vita dell’altra con uno scambio non sempre possibile ma sempre ricercato: finivo a volte per immaginarmi che cosa sarebbe stata la mia vita e quella di Lila se avessimo fatto entrambe l’esame di ammissione alla scuola media e poi il liceo e poi tutti gli studi fino alla laurea, gomito a gomito, affiatate, una coppia perfetta che somma energie intellettuali, piaceri della comprensione e dell’immaginazione. Avremmo scritto insieme, avremmo firmato insieme, avremmo tratto potenza l’una dall’altra, ci saremmo battute spalla a spalla perché ciò che era nostro fosse inimitabile.
In questo amore che non può finire e resiste a tutti gli urti della vita manca solo il sesso, di cui fanno a meno più per educazione che per rifiuto consapevole dell’esperienza: Arrivai con fatica a pormi la domanda: io e lei ci siamo mai toccate? Avevo mai il desiderato di farlo, da bambina, da ragazzina, da adolescente, da adulta? E lei? Restai sull’orlo di quelle domande a lungo. Mi risposi piano: non lo so, non lo voglio sapere. E poi ammisi che una specie di ammirazione mia per il suo corpo, forse quella sì, c’era stata, ma esclusi che fosse accaduto qualcosa tra noi. Troppa paura, se ci avessero viste ci avrebbero uccise a mazzate.
Cresciute in un rione povero di Napoli – che il mare non bagna – dove comanda chi ha i soldi e la violenza è una consuetudine alla quale è difficile fuggire, Elena è più fortunata di Lila, perché la maestra Oliviero riesce a convincere i suoi genitori a farla studiare, mentre Lila si ferma alla quinta elementare, ma è lei l’amica geniale: Lila la scarpara, Lila che imitava la Kennedy, Lila l’artista e l’arredatrice, Lila l’operaia, Lila la programmatrice.
Eclettica e versatile, dotata di una grande personalità ma anche di una forte fragilità – fragilità che la rende ancora più vera – Lila piega tutti gli uomini con cui si confronta, incapaci di non riconoscere la sua superiorità.
Affascina persino i lettori, che trovano più briose le pagine in cui si parla di Lila piuttosto che di altri personaggi.
Elena si laurea in lettere classiche alla Normale di Pisa e diventa una scrittrice affermata.
La storia di Elena e Lila non è solo la storia di due amiche che hanno avuto destini diversi, una più fortunata, l’altra per niente – Elena esce dalla prigione e Lila si libera solo dopo un lungo calvario, un inferno terreno – ma è una storia tutta italiana.
Comincia nel secondo dopoguerra, quando i fascisti che sono rimasti erano quelli che comandavano una volta nel rione e che, dopo il periodo di passaggio, si ripuliscono esteriormente ma dentro rimangono prepotenti, avidi e corrotti: sono i nuovi usurai e i camorristi.
Il ’68 scuote pure il rione, con gli studenti che affiancano gli operai sfruttati nelle fabbriche. Intanto le donne ricche e borghesi conoscono l’emancipazione, mentre comincia ad organizzarsi la lotta armata, che vede protagonista anche un amico di infanzia di Elena e Lila, accusato di essere un terrorista.
Dopo la caduta della speranza – da parte di un’intera generazione – di cambiare il mondo, si arriva ai compromessi tra i partiti e all’avvento di nuove forze politiche. Siamo nel 2004.
Tutto cambia per rimanere com’era. S’è persa l’occasione per cambiare qualcosa.
Ma l’ennesimo fallimento della Storia non cambia lo spirito delle ragazze, che rimangono sempre pulite e fedeli a loro stesse, senza mai entrare a compromessi con forze oscure e malvagie, anzi, cercando sempre di combatterle.
La storia di Elena e Lila, a parte la parentesi del Rock and Roll, non è scandita dalla musica. Sono le notizie storiche, dalla strage nella sede della Banca dell’Agricoltura a Milano alla nube tossica di Cernobil, a darci il senso dello scorrere del tempo universale.
Di personaggi in questa quadrilogia ce ne son tanti. Il rione è un microcosmo malato che rimanda a un universo malato: il rione rimandava alla città, la città all’Italia, l’Italia all’Europa, l’Europa a tutto il pianeta. E oggi la vedo così: non è il rione a essere malato, non è Napoli, è il globo terrestre, è l’universo, o gli universi. E l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose.
I personaggi maschili sono sullo sfondo su cui giganteggiano Elena e Lila. Elena, a un certo punto della storia, li liquida così: forse con gli uomini le cose non possono andare che così: viverci un poco, farci dei figli e via.
Ci sono quelli squallidi e quelli bravi, dolci e delicati, ma uno dei peggiori è il ragazzo di cui si innamorano Elena e Lila: Nino Sarratore. Sembra che la Ferrante l’abbia voluto costruire come un personaggio irresistibile per poi demolirlo con meticolosità.
Elena lo ama sin da quando è bambina. Nino lascia presto il rione, ma si ritrovano al liceo classico. Il ragazzo è brillante e promettente, colto, parla bene, è anche bello, forse. Sembra che tra i due ci sia un’apertura, ma poi lui le preferisce una ragazza di buona famiglia, la figlia della loro professoressa di Lettere.
Elena si fidanza con un ragazzo del rione, Antonio, che fa il muratore, semplice ma buono, però ha nel cuore sempre Nino.
Lila si è dovuta sposare a sedici anni con Stefano, che ha un salumificio. Si può dire che non aveva alternative, ma sembra contenta della scelta che ha fatto per compensare la delusione che ha dato ai genitori non sposando il ragazzo più bello e più ricco del rione: Marcello Solara, che Lila detesta da quando è bambina, perché è borioso, ignorante, insensibile e la cui famiglia si è arricchita con l’usura.
Stefano sembra un bravo ragazzo, le permette di sfoggiare abiti e capigliature smaglianti e aiuta anche il padre e il fratello di Lila, che sono calzolai.
Ma quando il matrimonio si rivela infelice e pieno di botte, che Lila prende senza piegarsi, la ragazza cova un risentimento cui non riesce a dare forma se non impedendo a se stessa di rimanere incinta di Stefano.
Così il marito la manda a Ischia con Elena, perché i bagni di mare fanno bene. Sull’isola piomba Nino Sarratore – già studente universitario – che, senza minimamente considerare Elena, entra nel cuore di Lila con le sue belle parole, la sua voce vibrante, la sua intelligenza e la fa fuggire in una realtà nuova: quella della passione, in cui la felicità ti salva dal baratro.
Il lettore si chiede se Lila è stata cattiva a portare via Nino a Elena, se lo sapeva che l’amica l’amava da sempre, se lo sapeva e ha preferito pensare a sé. La risposta è che Lila, che ha appena diciotto anni, vuole salvarsi e andare fino in fondo al suo sogno: studiare con Nino, stargli accanto per leggere con lui, è disposta anche ad avere un figlio da quel ragazzo che ama. C’è però un prezzo da pagare e Lila perde tutto: marito, soldi, ruolo sociale. Perde pure Nino, alla fine, il quale non è pronto per una vita in cui deve assumersi delle responsabilità e vivere scomodamente.
Il turno di Elena arriva più tardi, quando anche lei è sposata, ma ha trent’anni. Suo marito è Pietro, un professore universitario di latino: bella testa, grande cultura e posizione sociale, è il padre delle sue due bambine. Un brav’uomo, dalla mentalità progressista, ma un po’ noioso.
Elena vive con la sua famiglia a Firenze ed è qui che ripiomba Nino – al quale Elena non ha mai smesso di pensare – che sta intraprendendo la carriera universitaria, ed è diventato amico di Pietro.
Anche in questo caso la passione è travolgente, benché anche Nino abbia già una moglie, ben collocata socialmente e un figlio.
I due amanti si promettono che lasceranno le loro famiglie per stare, finalmente, insieme.
Elena lascia Dede ed Elsa, che sono ancora piccole, per seguire Nino Sarratore.
Da figli, quali tutti siamo stati, fa un certo effetto pensare che per tua madre viene prima il suo essere donna che essere madre. Certo, poi Elena divorzierà e porterà con sé le figlie, ma quel momento in cui si tira dietro la porta per correre tra le braccia del suo amante lascia un po’ di amaro in bocca, soprattutto se l’uomo prescelto è Nino Sarratore, il quale non ha mai lasciato sua moglie né mai la lascerà, e continuerà ad avere due famiglie, a Napoli, dove Elena lo ha raggiunto con le sue figlie, cui si aggiunge anche Imma, il frutto della passione.
Nino, se mai ha affascinato i lettori, da questo momento risulterà sempre più svilito e insopportabile, pieno di contraddizioni, debolezze, superficialità, menzogne.
Elena ha accettato di dividerlo con la moglie, ma arriva a scoprire a poco a poco le sue magagne e comincia a disamorarsi.
Quando lo trova nel bagno mentre prende da dietro la donna di servizio e viene a sapere che, oltre a lei e alla moglie, ha diverse relazioni con donne che non resistono al suo fascino, ha la forza di chiudere con il laido Nino.
Il satiro lascivo prova a giustificarsi: Su quel tema s’impegnò in lunghi coltissimi monologhi con cui cercò di convincermi che non era colpa sua, ma della natura, della materia astrale, dei corpi spugnosi e della loro eccessiva irrorazione, delle sue reni particolarmente calde, insomma della sua virilità strabocchevole. Per quanto io sommi tutti i libri che ho letto – mormorava con accenti sinceri, sofferti, e tuttavia vanitosi fino al ridicolo – per quanto sommi le lingue che ho imparato, la matematica, le scienza, la letteratura, e più di tutto l’amore per te – sì, l’amore e la necessità che ho di te, il terrore di non poterti avere più – credimi, ti supplico, credimi, non c’è niente da fare, non posso non posso non posso, la voglia occasionale, la più stupida, la più ottusa prevale.
Ma le sue stesse giustificazioni lo bollano come uomo inaffidabile e, dunque, inutile.
Che le nostre eroine si siano innamorate proprio di uno così ci fa pensare: speriamo che non ci capiti la stessa cosa.
Il nuovo compagno di Lila è Enzo, uno che al rione faceva il fruttivendolo, ma adesso è operaio e la notte studia da programmatore.
Lila studia la notte con lui, che è devoto, rispettoso, gentile, sensibile e, insieme, traendo forza l’uno dall’altro, diventeranno pionieri dell’informatica.
Con Enzo ha una figlia, Tina. Il primo figlio, l’inerte Rino, Lila lo ha creduto, per un po’ di anni, figlio di Nino Sarratore, fino a quando si è accorta che era identico a Stefano, il marito.
Non sono molte le soddisfazioni che le nostre amiche ricavano dalla maternità. Lila, in un momento di disillusione, borbotta: noi non siamo fatte per i figli.
E riguardo al sesso, Lila non ha dubbi: fottere è una cosa assai sopravvalutata.
In un altro momento aveva confidato a Elena che a Nino aveva voluto veramente bene. L’aveva desiderato moltissimo, aveva desiderato piacergli e per il suo piacere aveva fatto volentieri tutto quello che per suo marito aveva dovuto fare a forza, vincendo il ribrezzo, solo per non farsi ammazzare. Ma ciò che si diceva che avrebbe dovuto provare sentendosi penetrata, non l’aveva mai provato, questo era certo, e non solo con Stefano, ma anche con Nino. I maschi ci tenevano così tanto, al cazzo, ne erano così orgogliosi, ed erano convinti che tu ci dovessi tenere ancora più di loro.
Per Elena non è così, e lo dice, ma a Lila suona: forse non sei normale e si chiuderà a ogni futura confidenza. Se si può ipotizzare una Lila frigida, che prova molta eccitazione, soddisfazione poca, senso di disgusto, per Elena c’è un maggiore appagamento, non con il marito, ma sicuramente con il Sarratore.
Solo quando sono più mature – e sono ormai rimaste sole – Elena parla non tanto di bisogno di sesso, quanto di bisogno d’amore. Lila gli risponde che ha altro per la testa: deve prima rielaborare un gravissimo lutto che ha devastato la sua vita.
Così l’amica geniale un giorno spicca il volo e lascia Napoli, città dalla quale non era mai uscita.
Napoli, città di splendori e miserie, che la Ferrante omaggia come un posto dove tutto è meraviglioso e tutto diventa grigio e dissennato e tutto ritorna a scintillare.
La piacevolezza della lettura di questa storia di Lila ed Elena non è sinonimo di banalità. Essere uno scrittore che si fa leggere non significa necessariamente essere frivolo e insipido. La lingua della Ferrante, che spesso è impregnata di sonorità napoletane, è sempre a un livello medio, raggiungendo qualche volta dei momenti più alti. L’intreccio è sempre vivo e la narrazione è fluida e nutrita di colpi di scena inimmaginabili.
Non c’è realmente bisogno che ci sia una Ferrante in carne e ossa che si mostri in pubblico a parlare delle sue opere. E’ vero quello che lei dice: bastano i suoi libri.
Molti mi avevano suggerito di fermarmi ai primi due romanzi, che raccontano l’infanzia e l’adolescenza delle protagoniste, perché gli altri erano più deboli. Ma non ce l’ho fatta, sono andata oltre, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Forse i primi due sono più belli perché c’è un po’ d’incanto, negli altri prevale il disincanto.
Sono arrivata alla Ferrante da un film di Mario Martone, del 1995, tratto da un suo romanzo: L’amore molesto.
E’ stato uno di quei casi in cui, dopo aver apprezzato il film, ho provato la curiosità di approfondire anche il romanzo che l’ha ispirato per un bisogno di dilatare la conoscenza.
Quello che manca in questa storia di Elena e Lila è un momento condiviso di stupendo incanto, lontane dal rione, magari nella baia di Napoli – che è una delle più belle del mondo – nella luce dorata del golfo, su una barca inchiodata nel mare, mentre i pensieri volano via e il cuore è gonfio di serenità.

Ecco solo alcuni passaggi più alti dell’intera quadrilogia.
Da L’amica geniale:
Non l’avevo mai vista nuda, mi vergognai. Oggi posso dire che fu la vergogna di poggiare con piacere lo sguardo sul suo corpo, di essere la testimone coinvolta della sua bellezza di sedicenne poche ore prima che Stefano la toccasse, la penetrasse, la deformasse, forse, ingravidandola. Allora fu solo una tumultuosa sensazione di sconvenienza necessaria, una condizione in cui non si può girare lo sguardo dall’altra parte, non si può allontanare la mano senza riconoscere il proprio turbamento, senza dichiararlo proprio ritraendosi, senza quindi entrare in conflitto con l’imperturbata innocenza di chi ti sta turbando, senza esprimere proprio con il rifiuto la violenta emozione che ti sconvolge, sicché ti obblighi a restare, a lasciarle lo sguardo sulle spalle da ragazzo, sui seni coi capezzoli intirizziti, sui fianchi stretti e le natiche tese, sul sesso nerissimo, sulle gambe lunghe, sulle ginocchia tenere, sulle caviglie ondulate, sui piedi eleganti; e fai come se nulla fosse, quando è invece tutto in atto, presente, lì nella stanza povera e un po’ buia, intorno il mobilio miserabile, su un pavimento sconnesso chiazzato d’acqua, e ti agita il cuore, ti infiamma le vene.
La lavai con gesti lenti e accurati, prima lasciandola accoccolata sul recipiente, poi chiedendole di alzarsi in piedi, e ho ancora nelle orecchie il rumore dell’acqua che sgocciola e m’è rimasta l’impressione che il rame della conca fosse di una consistenza non diversa da quella della pelle di Lila, che era liscia, soda, calma. Ebbi sentimenti e pensieri confusi: abbracciarla, piangere con lei, baciarla, tirarle i capelli, ridere, fingere competenze sessuali e istruirla con voce dotta, distanziarla con le parole proprio nel momento di massima vicinanza. Ma alla fine rimase solo il pensiero ostile che la stavo mondando dai capelli alle piante dei piedi, di buon mattino, solo perché Stefano la sporcasse nel corso della notte. La immaginai, nuda com’era in quel momento, avvinta al marito, nel letto della nuova casa, mentre il treno sferragliava sotto le loro finestre e la carne violenta di lui entrava con un colpo netto, come il tappo di sughero spinto dal palmo dentro il collo di un fiasco di vino. E mi sembrò all’improvviso che l’unico rimedio contro il dolore che stavo provando, che avrei provato, era trovare un angolo abbastanza appartato perché Antonio facesse a me, nelle stesse ore, la stessa identica cosa.
L’aiutai ad asciugarsi, a vestirsi, a indossare l’abito da sposa che io – io, pensai con un misto di fierezza e sofferenza – avevo scelto per lei. La stoffa diventò viva, sul suo candore corse il calore di Lila, il rosso della bocca, gli occhi scurissimi e duri. Alla fine si infilò le scarpe da lei stessa disegnate.

Da Storia della bambina perduta:
Il terremoto, gridai. La terra si muoveva, una tempesta invisibile mi stava scoppiando sotto i piedi, scrollava la stanza con un urlio di bosco piegato da raffiche di vento. I muri scricchiolavano, parevano gonfi, si scollavano e si rincollavano agli angoli. Giù dal soffitto pioveva una nebbia di polvere cui si aggiungeva la nebbia che si allungava dalle pareti. Mi slanciai verso la porta urlando ancora: il terremoto. Ma il movimento era solo un’intenzione, non riuscivo a fare un passo. I piedi mi pesavano, pesava tutto, la testa, il petto, soprattutto la pancia. La terra su cui volevo poggiarmi si sottraeva, per una frazione di secondo c’era e poi subito dopo si allontanava.
Sempre da La storia della bambina perduta, la prima volta che Lila ed Elena, nei primi anni ’80, scrivono al computer:
Sullo schermo comparvero sussulti luminosi. Lila cominciò a battere sulla tastiera, restai a bocca aperta. Niente di confrontabile con una macchina da scrivere, foss’anche elettrica. Lei carezzava coi polpastrelli tasti grigi e la scrittura nasceva sullo schermo, in silenzio, verde come erba appena spuntata. Ciò che c’era nella sua testa, aggrappato a chissà quale corteccia del cervello, pareva rovesciarsi all’esterno per miracolo e fissarsi sul nulla dello schermo. Era potenza che pur passando per l’atto restava potenza, uno stimolo elettrochimico che si mutava immediatamente in luce. Mi sembrò la scrittura di Dio come doveva essere stata sul Sinai al tempo dei comandamenti, impalpabile e tremenda, ma con un effetto concreto di purezza. Magnifico, dissi. Ti insegno, disse lei. E mi insegnò, e cominciarono ad allungarsi segmenti abbaglianti, ipnotici, frasi che dicevo io, frasi che diceva lei, nostre discussioni volatili che andavano a imprimersi nella pozza scura dello schermo come scie senza schiuma. Lila scriveva, io ci ripensavo. Lei allora cancellava con un tasto, con altri faceva sparire un intero blocco di luce, lo faceva riapparire più in giù o più in su in un secondo. Ma subito dopo era Lila a cambiare idea, e tutto si modificava di nuovo, in un lampo, mosse fantasmatiche, ciò che è qua adesso o non c’è più oppure è là. E non c’è bisogno di penna, di matita, non c’è bisogno di cambiare foglio, metterne un altro nel rullo. La pagina è lo schermo, unica, mai la traccia di un ripensamento, pare sempre la stessa. E la scrittura è incorruttibile, le righe sono tutte perfettamente allineate, emanano un senso di pulizia ora che sommiamo porcherie dei Solara a porcherie di mezza Campania.

Sempre da La storia della bambina perduta, la prima volta che Lila ed Elena, nei primi anni ’80, scrivono al computer:
Sullo schermo comparvero sussulti luminosi. Lila cominciò a battere sulla tastiera, restai a bocca aperta. Niente di confrontabile con una macchina da scrivere, foss’anche elettrica. Lei carezzava coi polpastrelli tasti grigi e la scrittura nasceva sullo schermo, in silenzio, verde come erba appena spuntata. Ciò che c’era nella sua testa, aggrappato a chissà quale corteccia del cervello, pareva rovesciarsi all’esterno per miracolo e fissarsi sul nulla dello schermo. Era potenza che pur passando per l’atto restava potenza, uno stimolo elettrochimico che si mutava immediatamente in luce. Mi sembrò la scrittura di Dio come doveva essere stata sul Sinai al tempo dei comandamenti, impalpabile e tremenda, ma con un effetto concreto di purezza. Magnifico, dissi. Ti insegno, disse lei. E mi insegnò, e cominciarono ad allungarsi segmenti abbaglianti, ipnotici, frasi che dicevo io, frasi che diceva lei, nostre discussioni volatili che andavano a imprimersi nella pozza scura dello schermo come scie senza schiuma. Lila scriveva, io ci ripensavo. Lei allora cancellava con un tasto, con altri faceva sparire un intero blocco di luce, lo faceva riapparire più in giù o più in su in un secondo. Ma subito dopo era Lila a cambiare idea, e tutto si modificava di nuovo, in un lampo, mosse fantasmatiche, ciò che è qua adesso o non c’è più oppure è là. E non c’è bisogno di penna, di matita, non c’è bisogno di cambiare foglio, metterne un altro nel rullo. La pagina è lo schermo, unica, mai la traccia di un ripensamento, pare sempre la stessa. E la scrittura è incorruttibile, le righe sono tutte perfettamente allineate, emanano un senso di pulizia ora che sommiamo porcherie dei Solara a porcherie di mezza Campania.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Massimo Russo ha detto:

    Bella recensione ma temo non sia un libro per maschi. Oddio! Mi sento tanto Nino Sarratore!

    Liked by 1 persona

  2. Anastasi ha detto:

    Brava, hai colto i momenti più salienti del romanzo.

    Liked by 1 persona

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